Lavori in seminario

Salendo quella collina a partire da Piazza Vittorio, incontrando la Gran Madre e proseguendo per un paio di isolati, si arriva al Seminario Metropolitano di Torino, in via Lanfranchi 10. Uno spazio molto ampio, una vecchia struttura circondata da un bel parco, che è stata ristrutturata nel 1992 per ospitare il seminario. È diventato il luogo di formazione di seminaristi che, per trent’anni, hanno contribuito a comporre la comunità del clero torinese e non solo.

Il Seminario è situato nel cuore di Torino, da cui ogni giorno i seminaristi si dirigono verso la facoltà teologica in via XX Settembre per le lezioni. Questa struttura è la casa per giovani in formazione, che vi abitano per un lungo percorso di discernimento in vista dell’ordinazione. Tuttavia, nonostante la sua ristrutturazione trentennale, è una struttura articolata che attualmente ospita una comunità più ridotta rispetto al suo potenziale.

Una casa è fatta di rapporti, di tante vite che si spendono e si mettono in gioco nella preghiera, nella liturgia, nello studio, nel tempo libero, negli incontri e negli incarichi che ognuno ha per vivere insieme in una vita comune.

È stato interessante osservare come il rettore abbia avuto a cuore gli spazi che viviamo, poiché la bellezza nel vivere i luoghi è una gratuità, ma non è secondaria alla vita. Gli spazi esistenti hanno una grande potenzialità, ma necessitano ormai di un lavoro sistematico di ristrutturazione e di ripensamento.

L’idea è stata quella di realizzare un luogo per la comunità dove vivere i momenti in comune e anche un luogo dove poter accogliere gli ospiti. Una commissione di seminaristi, insieme al rettore, si è messa in gioco per capire in quale punto della struttura realizzare ciò e quali fossero le esigenze. Si è pensato ai locali attualmente sottoutilizzati che a suo tempo ospitavano la segreteria della facoltà teologica, composti da alcune stanze, di cui una di dimensioni adatte per un salone di circa 64 mq, un largo corridoio e un’altra area con 3 stanze di diverse dimensioni.

Dopo le valutazioni della commissione, è stata incaricata l’architetta Giulia Bertino per la progettazione. Nella stanza più grande si è pensato a un’area multifunzione che potesse essere utilizzata con assetti diversi in base alle esigenze della vita comune: come sala TV, salone per riunioni, per gli incontri pianificati dalla comunità nelle commissioni “vite dei santi” e “cultura”, o come spazio relax per fare due chiacchiere, una pausa caffè o un gioco serale. Questo salone si affaccia su un corridoio largo circa 3 m, pronto per essere utilizzato non solo come elemento di passaggio, ma anche come luogo dove sostare e fare una partita a calcio balilla o a ping pong, o dove fermarsi nell’area divani. Il corridoio dà accesso direttamente al cortile esterno, in cui è in progetto un campo da pallavolo e calcetto. Da esso si accede ad altre 3 stanze di diverse dimensioni, una che ospiterà il biliardo e le altre due come spazi per lo studio e la lettura.

In tutto ciò, l’architetta è stata molto brava nel pensare a degli spazi caldi, armoniosi e versatili. Ha utilizzato diligentemente ribassamenti in cartongesso e strisce di colore sulle pareti, formando un ambiente organico composto da aree diverse nelle stesse stanze: luoghi più aperti e più chiusi, di movimento e staticità, insomma, al servizio di una normale vita comune.

Tutto questo, per ora, è il progetto. Nei prossimi mesi, rimboccandoci le maniche, speriamo di poterlo realizzare.

Chiedete pace per Gerusalemme

Con queste parole il salmo 122 ci fa pregare e allo stesso tempo, in questi tempi difficili, ci fa interrogare su che cosa sia la pace, qual è il suo significato e soprattutto chi è la nostra vera pace.
Papa Francesco molte volte ci esorta a custodire il dono della pace, difendendola dalle varie insidie e da un pericolo sottile ma drammatico: L’indifferenza.
Con questo spirito, con l’intenzione di comprendere e insieme sfidare l’indifferenza, la commissione cultura, interna al nostro seminario, ha organizzato un incontro di riflessione e dibattito sul conflitto palestinese-israeliano ad oggi in corso. Molto preziosa ed importante è stata la presenza di tre ospiti che hanno condiviso con noi la loro personale esperienza del vivere ed abitare la Palestina.
Sono stati con noi: Martedì 21 novembre scorso, la professoressa Claudia Graziano, docente di italiano e latino per molti anni a Gerusalemme e fondatrice dell’arsenale dell’incontro, del SERMIG, in Giordania. Il dottore Alessandro Ciquera, per molti anni ha vissuto in Palestina come operatore in aree di conflitto con l’operazione “Colomba”, corpo civile di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII.
È stata con noi in collegamento da Gerusalemme, piccola sorella Maria Chiara Ferrari, delle piccole sorelle di Gesù della famiglia Foucouldiana, che vive in Medio Oriente dal 1982.
L’incontro è stato aperto da tre domande:
Il perché di questo conflitto e la sua genesi.
È stato chiesto che cosa significa vivere e lavorare con le persone che abitano le periferie della Palestina e qual è il ruolo che gioca l’educazione nel progetto di pace
Dalle risposte condivise è emerso che l’educazione gioca un ruolo fondamentale e di come essa sia parte delle fondamenta del dialogo e della pace. Non è stato facile rispondere alla domanda sulla genesi del conflitto, poiché queste ostilità avanzano a tratti fin dal 1948, anno della fondazione dello Stato di Israele.
Sicuramente questo conflitto è figlio di varie teorie nazionaliste e pseudo-religiose che provocano continue tensioni sociali, un profondo sentimento di odio e scaturiscono nel più grave dramma che è la guerra.
Da queste preziose testimonianze abbiamo anche appreso come non tutti i palestinesi e gli israeliani ritengano che la guerra sia qualcosa di giusto e necessario, alcuni di loro sono scesi perfino in piazza a protestare, notizia del tutto taciuta dai media in Occidente. Chissà perché?
Abbiamo ascoltato di mamme che piangono i loro figli e si commuovono e provano dolore per i figli dei propri “nemici, abbiamo ascoltato di come un semplice saluto di pace (Shalom) possa gettare le basi per un vero dialogo e una pace giusta.
Bisogna costruire la verità e la giustizia attraverso piccoli passi, pieni di verità e d’amore.Questo incontro ha toccato il nostro cuore, ci ha donato un’esperienza intensa, ci ha parlato della pace come suono melodioso di vita che sfida il silenzio mortale che oggi “grida” per le strade della Palestina.
Questa esperienza ci ha richiamati ad una speranza sempre possibile, la speranza certa del Dio vivente, Dio dei nostri padri e di Gesù Cristo.
Speranza che ci invita a lasciare “Le nostre tiepide case” e diventare testimoni “credenti e credibili”.


Michele Turrisi

Seminario e Pastorale giovani

Con il seminario quest’anno abbiamo iniziato a sperimentare la collaborazione con la Pastorale Giovanile della Diocesi, prendendo parte attiva nell’organizzazione e nella gestione dei vari eventi.

Venerdì 17 novembre, nel primo incontro in Cattedrale con il nostro arcivescovo Roberto abbiamo sperimentato che i germogli sono parecchi e la voglia di incontrarsi dopo la GMG di questa estate era tanta: la preghiera, i sorrisi e gli abbracci sono stati una testimonianza che tanti desiderassero ritrovarsi e vivere una serata di preghiera e di vera fraternità giovane.

Siamo partiti dal Vangelo del giovane Ricco di Matteo e ci siamo messi in ascolto del nostro desiderio di vita, di una vita  ricca, piena, non bloccata da nulla, non ostacolata dalle nostre paure. “Maestro cosa dobbiamo fare per avere la vita eterna?” riecheggiava così questa domanda lungo tutta la serata, come se effettivamente ci fosse chiesto: c’è  qualcosa per cui vale la pena vivere, qualcosa che da un senso al nostro studio, al nostro lavoro e alla fatica? Nel silenzio e nella preghiera, chi aveva il cuore aperto a questa voce silenziosa l’ha percepito.

Da giovane posso affermare che ci troviamo in un mondo dove spesso fronteggiare una serie di cambiamenti e pensieri ci porta credere di essere soli e abbandonati, ma è possibile scoprire anche in questa occasione che non sono solo, non sono abbandonato, che posso affermare con certezza che ho vicino degli amici che ricercano le stesse mie cose, che altri giovani come me provano le stesse mie paure e hanno le stesse mie fragilità e barriere che costruisco per difendermi dall’ignoto e dalla paura che nulla abbia senso.

Abbiamo potuto di nuovo sperimentare dopo la settimana a Lisbona, una fraternità che è capace di unirsi semplicemente per il fatto di essere lì insieme per lo Stesso Motivo. Ed essere così tanti è stata una gioia enorme.
Vedere così anche la vita in seminario, mi aiuta a cercare con radicalità di seguire il Signore, che non significa come spesso l’immaginario comune propone, essere da solo, triste e forse un po’ sfortunato, ma al contrario avere una comunità più grande, che mi sostiene e mi accoglie, un senso di speranza e di conforto, una spalla che ti aiuta nelle difficoltà semplici di tutti i giorni, anziché il solo mio punto di vista a volte accecato dalla paura.

La fede ci può offrire una chiave di lettura della nostra vita per ricercare continuamente e ovunque un incontro personale con Dio e il prossimo, vivere la fede nella quotidianità, nelle cose più piccole perché la fede non è qualcosa da fuochi d’artificio da vivere solo in chiesa o in altri momenti speciali.  La fede può essere vissuta nella quotidianità, nelle relazioni, nei sorrisi e in ogni posto, sapendo che posso viverla solo se mi rendo conto di essere amato. 

Saverio 

Lourdes, la via dei piccoli

Nel sud della Francia, ai piedi dei Pirenei, c’è un paesino provinciale, insignificante, un paesino come mille altri. In questo paesino, una ragazzina di nome Bernadette e la sua famiglia vivono in condizione di grave povertà: il “cachot” in cui abitano è una stanzina ritenuta troppo malsana persino per ospitare la prigione cittadina. È l’11 febbraio 1858 quando Bernadette, in cerca di legna, si spinge fino a Massabielle, una grotta sul fiume Gave usata come discarica; lì si scopre attesa in un incontro che segnerà la sua piccola vita e le sorti di quel paesino chiamato Lourdes. Sono queste le circostanze in cui Maria è apparsa per indicare al mondo ancora una volta la via dei piccoli, quella che ha scelto suo Figlio, quella che passa da una ragazzina emarginata e ignorante, dal fango di una fonte.

A Lourdes, la Madonna usa ogni mezzo per additare la centralità di Gesù, nella riscoperta del Battesimo, nella mendicanza dell’Eucaristia. L’acqua, la roccia, la luce dei ceri, le folle, i malati, le processioni: questi segni, tutti legati al linguaggio biblico, conducono ogni pellegrino ad ammettere la propria malattia, il proprio anelito di guarigione e di riconciliazione, per scoprirsi allora raggiunto dall’amore di Dio.

L’esperienza di Lourdes sarebbe già sufficiente così, vissuta nella semplicità di un pellegrino che si fa discepolo alla grotta. Eppure, quale più grande apporto viverla in un vero clima di Chiesa! Il gesto del pellegrinaggio dona al singolo l’appartenenza a un popolo in cammino: un popolo di mendicanti, come lui. È stato così per il pellegrinaggio interassociativo della Diocesi di Torino a cui la comunità del Seminario ha aderito dal 22 al 25 aprile. Infine, ancora più che nel senso ecclesiale, il pellegrinaggio a Lourdes si compie davvero nel servizio ai malati e agli anziani che chiedono di essere accompagnati qui: nella condivisione con loro, il pellegrino si implica davvero nel messaggio del santuario.

L’abbiamo sperimentato anche noi seminaristi, che nei giorni del pellegrinaggio abbiamo conosciuto e assistito i malati delle due principali associazioni. Che grande scuola poter imparare che cos’è la speranza dagli occhi luminosi di chi ha bisogno di un aiuto, e sperimentarne insieme con loro la presenza dell’abbraccio di Maria! Personalmente, questo pellegrinaggio è stato anche occasione di memoria. Negli anni del liceo, infatti, accogliendo – seppur con un certo scetticismo iniziale – l’invito di un amico, ho fatto servizio come barelliere nell’Oftal di Casale Monferrato e, con un folto gruppo di giovani, ho preso via via familiarità con questo posto.

In particolare, fermandomi una notte a pregare alla grotta, incurante del tempo, ho scoperto il gusto dell’amicizia del Signore e intuito la possibilità di vivere di questa relazione. Insieme al desiderio di portare a tutti questa gioia che era vera per me, da qui ha cominciato a germogliare la consapevolezza di una vocazione che mi fa essere oggi al quinto anno di Seminario.

Stefano Maria Accornero

Ammissione e lettorato

Mercoledì 29 marzo è stato un giorno di festa per la nostra comunità! Io, Giordano, Tommaso, Irvin e Stefano abbiamo fatto il rito di ammissione, il primo passaggio verso il sacerdozio, dicendo il nostro sì davanti a Dio e alla Chiesa. Il rito di ammissione è sia il riconoscimento da parte della Chiesa della bontà del cammino vocazionale di un giovane, sia la promessa da parte dei candidati al sacerdozio a continuare la loro formazione. È stata una grande emozione sentirsi chiamare per nome, dal Rettore, don Ferruccio, a nome della nostra chiesa diocesana. Nel cammino cristiano è la terza volta che siamo stati chiamati per nome: la prima volta nel battesimo e la seconda nella confermazione. Nel rito di ammissione, la Chiesa chiama per nome, dopo aver riletto insieme a noi il cammino di fede della nostra stessa vita, alla luce della vocazione donata dal Signore, frutto dell’aver vissuto con Lui. Nel sentirci chiamare risuona non solo la nostra identità illuminata dal Suo sguardo, ma anche il suono di ogni passo percorso lungo il cammino, con tutta la sua ricchezza e varietà. Tale cammino non lo facciamo da soli: insieme al nostro nome è anche pronunciato il nome della parrocchia di provenienza; questo sottolinea come una comunità cristiana sia capace di generare uomini e donne che accolgono ogni vocazione all’amore, nel nostro caso quella al sacerdozio. Entrambi i nomi, evocano un incontro: è l’incontro con il Signore, che ci ha chiamati a vivere una vita in pienezza, secondo i doni che Lui stesso ha voluto elargire a ciascuno di noi.

Ecco che noi cinque seminaristi, davanti alla nostra comunità, ai formatori, ai sacerdoti presenti e alle nostre famiglie, abbiamo promesso al nostro Arcivescovo, mons. Roberto Repole, di voler proseguire la nostra formazione, senza alcuna pretesa di compierla con le nostre sole forze, ma con piena fiducia in Colui che chi ci ha chiamato alla Sua sequela e che continua a camminare sempre al nostro fianco. Il Vescovo Roberto ha poi voluto sottolineare come non esista alcun ministero nella Chiesa che limiti la propria libertà, e che tale libertà va rinnovata ogni giorno. Con questo desiderio nel cuore, vogliamo quindi accogliere ogni giorno che ci viene donato dal Signore, cercando di vivere in pienezza la bellezza della vita. Il passo successivo è stato quello del ministero del lettorato, ricevuto insieme al mio fratello Giordano, il 30 aprile, festa del Buon Pastore, insieme anche agli aspiranti diaconi. Il lettorato è il primo ministero che si riceve dopo il rito di ammissione: una volta confermati nel nostro cammino, ora siamo chiamati ad annunciare quella Parola che plasmato il nostro cuore.

È significativo il fatto che, riconosciuta la nostra identità con l’essere stati chiamati per nome, siamo chiamati ad annunciare una parola che non ci appartiene, non è nostra, ma è la Parola di Dio che, meditata e vissuta, è entrata nella nostra vita e continua a guidarci nel compiere la volontà di Dio. Il ministero ricevuto, come ogni ministero nella Chiesa, è un servizio all’unico pastore, il Risorto. Insieme al Buon Pastore, continuiamo a camminare alla sua sequela, per continuare a crescere nella via dell’amore e per far in modo che, come è avvenuto per noi, si possa realizzare l’incontro unico, irripetibile, per ogni donna e ogni uomo con il Risorto. Desideriamo che anche per coloro che incontriamo e serviamo, si realizzi la Parola del Signore: “che abbiano la vita e che l’abbiano in abbondanza”.

Guglielmo Besselva

UN SEMINARISTA DAL TOGO

Mi chiamo Joseph Kpodzro e dal 2016 ho iniziato il mio cammino di discernimento verso il sacerdozio nella comunità propedeutica di Pianezza e tutt’ora continuo presso il Seminario Maggiore dell’Arcidiocesi di Torino. Da ottobre 2022 svolgo il servizio pastorale presso la parrocchia del Sacro Cuore di Gesù come seminarista della diocesi di Casale Monferrato.

Sono nato e cresciuto nella città di Lomé, in Togo, in una famiglia cattolica che mi ha trasmesso fin da piccolo la fede e l’appartenenza ecclesiale. Oltre al fattore culturale e alla famiglia, anche la comunità svolge un ruolo importante nell’educazione togolese: questo agevola l’integrazione nell’ambiente ecclesiale.

Ogni domenica, ricordo, ci si recava alla messa e per me era nello stesso tempo qualcosa di ordinario e magnifico: vedere i sacerdoti che celebravano la messa e attorno a loro la comunità che si radunava numerosissima per la mensa del Signore, è un’esperienza che mi stupisce ancora oggi!! Tutti insieme con lo scopo di incontrare il Signore. All’età di 21 anni, dopo un percorso con il mio parroco e con il gruppo vocazionale, ho deciso di proseguire il mio cammino di discernimento che mi ha portato in seminario.

Si trattava di realizzare un desiderio profondo che avevo nel cuore, sin da ragazzo, ma si trattava anche di decidere di lasciare le certezze della mia vita, la mia famiglia, lasciare il mio paese natale, e tutte le relazioni per perseguire un desiderio: seguire il Signore.

Facendo riferimento ad un passo del Vangelo che mi è caro, mi sono sentito un po’ come il “figliol prodigo” che ha chiesto al padre la sua parte di eredità ed è partito per un paese lontano senza avere riferimenti, per vivere e realizzare la propria vita. Sono arrivato in Italia, accolto nella diocesi di Casale. Dopo alcuni mesi di studio della lingua italiana, mi è stata proposta un’esperienza di volontariato al Sermig, dove ho potuto sperimentare e toccare con mano la vita delle persone bisognose, che non soltanto cercavano medicinali o cose di cui sfamarsi o vestirsi, ma in particolare relazioni. Attraverso soprattutto relazioni con giovani di diverse parrocchie, mi sono reso conto della gioia e della pace che mi riempivano il cuore. L’esperienza in seminario mi ha aiutato a comprendere di non voler limitare quella gioia e pace che sentivo nel cuore e di desiderare di condividerle con le persone che mi sono accanto.

L’esempio e la testimonianza dei sacerdoti che ho incontrato nel corso del mio cammino mi hanno aiutato a capire meglio l’importanza della mia vocazione e cosa significhi rispondere a questa chiamata.

Tutto questo ha accresciuto il desiderio di servire il Signore e negli anni si è fatta sempre più strada l’idea di farlo concretamente, attraverso il sacerdozio. Ho compreso che il Signore vuole la mia felicità attraverso quella pace e quella gioia che sentivo. Ognuno di noi è chiamato ad essere felice: si tratta di capire in che cosa consiste la vera felicità per ciascuno, e mettersi in cammino per raggiungerla e viverla in pienezza con la propria vita.

Joseph Kpodzro

UN CUORE MISSIONARIO

In dialogo con Padre Raffaele Manenti

Le giornate dal 13 al 15 marzo hanno visto la presenza nel nostro Seminario Maggiore di Padre Raffaele Manenti, missionario del Pime (Pontificio Istituto missioni estere), dal 2019 consigliere dell’Istituto. La sua testimonianza è stata semplice ma allo stesso tempo ricca di stimoli per il nostro cammino verso il servizio presbiterale nella Chiesa di Torino.

Raccontaci qualcosa di te: quando hai capito che dovevi seguire il Signore sulla via del sacerdozio, e nello specifico nel carisma missionario?

Sono nato nel 1957, nelle montagne di Bergamo a Oltre il Colle. La mia vocazione si potrebbe definire “classica”. Ho fatto servizio in Parrocchia come chierichetto, poi sono entrato nel Seminario Minore del Pime a undici anni – erano anni di numerose vocazioni – con lo scopo di portare Gesù a chi non lo conosceva, scegliendo così la vita missionaria a quella diocesana.

Quali sono state le tue esperienze di missione?

Sono diventano prete nel 1982, dopo la Teologia a Monza. Il mio impegno missionario nasce già ai tempi degli studi attraverso l’apostolato nelle campagne. Diventato diacono, volevo andare in Thailandia, anche se ero disponibile a qualsiasi destinazione. Non partì subito, mi chiesero infatti di restare in Italia. Si presentò la possibilità di andare in Thailandia, e vi rimasi dieci anni. Mi chiesero poi di fare il rettore del Seminario in India, esperienza che durò dodici anni. Solo dopo tornai in Thailandia e vi rimasi per altri tredici anni. Successivamente, i miei superiori mi chiamarono di nuovo in Italia come padre spirituale nel Seminario Teologico Internazionale di Monza. Ho sempre vissuto questi cambi con grande libertà interiore, in spirito di obbedienza alla volontà del Signore mediata dai superiori: il Signore non ci lascia mai a piedi!

Puoi raccontarci qualcosa sulla missione in Thailandia?

La nostra missione in Thailandia nasce con lo scopo di creare un dialogo con il Buddismo. Questa missione fallisce però ben presto. Dopo tre anni dall’arrivo in Thailandia, i primi missionari intrapresero allora il “dialogo di vita”, inserendosi nella quotidianità degli abitanti del luogo. Dopo quarant’anni, un giovane missionario decise di studiare il Buddismo nella facoltà thailandese, e questo determinò la nascita di rapporti di amicizia con i monaci buddisti, aprendo così la porta a nuovi orizzonti di dialogo. In Thailandia i cattolici rappresentano una percentuale molto bassa della popolazione (300.000 persone, circa lo 0, 5%).  Quella del Pime non è l’unica presenza missionaria. Troviamo anche ben inserito il Movimento dei Focolari, fondato da Chiara Lubich. La missione del Pime in Thailandia ha portato negli anni diverse conversioni di adulti. Si stima in un anno la celebrazione di circa 3.000 battesimi di persone adulte. Resta invece aperta la grande sfida educativa per i giovani. Domina in Thailandia – soprattutto nelle città – il mercato della droga e quello della prostituzione di ogni genere. La pastorale giovane è molto in crisi e resta legata alle scuole. Il catecumenato degli adulti porta però grandi frutti: i laici che terminano il cammino catecumenale prestano con impegno il loro servizio in comunità diventando promotori di numerose conversioni.

Cosa serve oggi per una testimonianza efficace?

Intanto, non bisogna idealizzare troppo la missione. Il mio professore Silvano Fausti diceva che “se un missionario è un asino, con la macchina, fa ancora più danni”. Può sembrare una battuta, ma è la verità. Il missionario – preso dalle faccende di ogni giorno – rischia di correre da un posto all’altro, cadendo anche lui nella trappola del fare. Per una testimonianza vera bisogna essere testimoni autentici dell’incontro con il Signore, consapevoli che la nostra missione spesso ha successo nonostante noi (come insegna il libro di Giona). Il missionario è solo uno strumento. Vi racconto una breve esperienza. Una mamma cinese era arrivata a sparare al marito perché questi l’aveva tradita. Per fortuna sbagliò la mira. Il giorno stesso questa mamma trovò una chiesa e, rapita dal canto, vi entrò e quel giorno cominciò il cammino di conversione, anche grazie al dialogo con il missionario di quella Chiesa. Oggi questa mamma è formatrice del gruppo dei catecumeni della sua comunità. Questa storia insegna molte cose sulla missione. Avere un cuore missionario: ecco il segreto della missione. Non serve necessariamente viaggiare per vivere la missione. La missione è quella che ciascuno vive anzitutto nell’ordinarietà della vita: si comincia con l’amare il fratello e la sorella che si ha accanto.

Sei ancora innamorato del Signore dopo tanti anni? Non ero mai stato in ospedale durante la missione. Ci sono entrato due volte, tornato dalla missione in Asia. L’ultima volta che sono andato in ospedale mi hanno trovato un tumore linfatico. Un giorno, mentre ricevevo la comunione, chiesi al Signore che fosse fatta la Sua volontà. Mi fecero poi gli accertamenti del caso: la febbre era sparita e il male scomparso. Anche grazie a questa esperienza, ancora oggi sento viva la presenza del Signore nella mia vita.

Gruppo GAMIS

IMPARIAMO L’AMORE

“Infatti gli uomini, sia agli inizi sia nel presente, hanno iniziato a esercitare la filosofia attraverso la meraviglia”. (Aristotele)

Devo ammettere che il 26 settembre del 2022, quando ho iniziato il mio percorso in seminario, con grande “meraviglia” e con il cuore pieno di gioia ho guardato ad una delle “colonne” portanti del nostro percorso formativo di seminaristi: la formazione teologica. Da subito, non mi sono aspettato delle risposte certe, ma aiutato dai miei docenti ho sempre cercato nello studio della teologia di approfondire il grande mistero di Dio, conoscerlo, per viverlo in pieno nell’ordinaria quotidianità della vita. In questo grande mistero riconosco sempre più il volto di Dio padre e la grande bellezza di questo rapporto filiale, un rapporto d’amore.

Comprendere ed accostarsi allo studio della teologia mi porta a ricercare la bellezza della fede, non come atto soltanto razionalistico, ma come un approfondimento che mi auguro sempre di vivere nel concreto della vita quotidiana, insieme ai fratelli. Guardo allo studio della teologia nello spirito del servizio, quello Spirito che ci spinge a condividere e a testimoniare quello che viviamo, cercando di tenere gli occhi fissi su Gesù, testimoniando l’Amore di Dio rivelato, non ai sapienti, ma per i piccoli del mondo.

Mi piace ricordare una frase del servo di Dio, il giudice ucciso dalla mafia, Rosario Livatino, che dice: “Alla fine della vita non ci verrà chiesto quanto siamo stati credenti, ma credibili”. La teologia, aiuta a rispondere alle esigenze e alle questioni del mondo, annunciando sempre Cristo, crocifisso, morto e risorto, che è la pienezza della nostra vita.

Con grande gioia, condivido questo percorso con tanti compagni; molto importante per me è il confronto, che apre sempre una strada fraterna, comunionale e di continua crescita umana e spirituale. Ringrazio il Signore per questo grande dono, sperando di poter crescere sempre di più nella conoscenza del suo amore, ma soprattutto di viverlo là dove il Signore mi dona di vivere e di servire la Chiesa.

Michele Turrisi

VITA IN PARROCCHIA

L’esperienza di “seminatario” in parrocchia (simpatica crasi tra le parole seminarista e Seminario, inventata da un ragazzo incontrato in parrocchia) in questi anni di formazione è stata per me ben più di una sorta di tirocinio o di miglioramento delle (più o meno acquisite) competenze tecnico-pratiche.

Il ruolo, se così si può dire, del seminarista in parrocchia non sempre mi è stato chiaro, soprattutto agli inizi, dopo l’esperienza pastorale nella mia parrocchia di origine a Santa Rosa da Lima. Nessuno infatti mi aveva spiegato concretamente che cosa volesse dire essere seminarista in parrocchia e che cosa dovessi fare. Piano piano ho capito che in realtà più che un “ruolo” funzionale a qualcosa, si tratta di “essere”, o meglio ancora di “esserci”. Sì, un vero e proprio “stare” nella comunità a cui si è mandati, cioè immergermi nella vita delle persone che incontro, in particolare dei ragazzi e dei giovani, mettendo costantemente al centro, anche se a volte in maniera implicita, l’incontro con Cristo.

Posso affermare che, proprio partendo da questa visione, non solo ho avuto ed ho la possibilità di tessere relazioni, il che richiede tanto tempo, che si sono rivelate molto belle e arricchenti ma di poter rendere in certo qual modo fecondo, il mio servizio attraverso esse con pazienza, pur con tutti i limiti, e nel complesso tutto ciò è una vera e propria grazia. L’esperienza della vita in parrocchia mi stimola ad agire in prima persona, “mettendo le mani in pasta” e a vivere a ritmo di dono e, in questo senso, a crescere umanamente, anche sul piano affettivo. E questa vita donata nel servizio pastorale mi riporta necessariamente a consolidare due tipi di esigenze personali: da un lato, la ricerca di una vita unificata e armonica, di un cuore integro e unito, dall’altro quella “conditio sine qua non” che è la vita spirituale. Proprio l’incontro con le persone, con le loro storie, le loro speranze, le loro gioie ed attese ma anche con i loro drammi, le loro fatiche e ferite mi ha aiutato e mi aiuta a scorgere i segni della presenza e dell’azione di Dio.

Ed è così che correre all’altare la mattina, prima di buttarmi nella missione, e la sera, una volta conclusa la giornata, per intercedere per le persone incontrate, è per me un’esigenza impellente, e quando manca ne risento realmente: solo infatti davanti al Signore, tutto quello che vivo trova il suo senso. Tale esigenza “orante” si dimostra essere l’occasione di sentire in me fluire il sangue di Cristo, di incontrarlo e di vedere la mia vita sotto il suo sguardo.

È nella preghiera che trovo la forza e lo slancio, soprattutto quando ciò che mi aspetta è più grande di me, di agire, chiedendo unicamente il dono del Santo Spirito. È nella preghiera, carica di questi sentimenti e di questi incontri, che affido tutto e tutto mi affido. Due cose infine caratterizzano la mia vita in parrocchia. La prima è la trasformazione di quanto ho studiato nel percorso teologico in cibo per gli altri, per quanti incontro, sia che si tratti di una catechesi con gli scout, o di un campo estivo, o di una chiacchierata, di un’omelia, ed è molto importante per me questo aspetto perché dà uno scopo agli anni di studio.

La seconda cosa è poi la fortuna di vivere con i sacerdoti in parrocchia, di conoscere da vicino che cosa sia la vita del pastore, di imparare ad assumere la globalità della vita pastorale, ma ancor di più quell’ansia pastorale, che, proprio alimentata dagli incontri con la gente e dall’incontro con Cristo, rientra nell’ottica di quella affettività che sento realizzata per me in quella che viene chiamata carità pastorale, la carità stessa di Cristo buon pastore.

Francesco Ariaudi