don Luigi Ciotti, la tua parrocchia sarà la strada

Occhi limpidi, pieni di gioia e di speranza. Con questi occhi don Luigi Ciotti ci ha guardati e ha condiviso con noi del seminario di Torino la sua personale testimonianza di prete e di uomo amato dal Signore. Lo abbiamo incontrato, insieme con la comunità della Propedeutica e con altri amici presenti, venerdì 22 Marzo.

Un gesto elegante e signorile ha caratterizzato l’arrivo di don Luigi: ha voluto salutare ciascuno con una forte stretta di mano e un caldo sorriso., un gesto semplice capace di esprimere una attenzione particolare a ogni singola persona. La vita di don Luigi è stata segnata da alcuni eventi e, soprattutto, da alcuni incontri, che hanno cambiato la sua vita. In particolare, ha voluto condividere con noi un ricordo degli inizi, avvenuto all’età di 17 anni, quando si è accorto di una persona sola, che viveva praticamente disperato su una panchina e in cui, il giovanissimo Luigi ha intravisto il volto della disperazione, il segno eloquente di una società torinese che, come in tutti i grandi centri urbani, creava situazioni di marginalità e di solitudine profonda. Poco tempo dopo la ancora più drammatica scoperta di un mondo di cui nessuno parlava: Il mondo della droga. Il giovane Luigi, prima ancora di entrare in Seminario dopo l’incontro che ha dato una svolta alla sua vita, ha scelto di non rimanere indifferente, si è donato insieme ad altri giovani, a tutte quelle persone bisognose di aiuto e di un vero amore, e così è nata l’esperienza del Gruppo Abele. Don Luigi ci ha detto di sentirsi un privilegiato ad aver scelto questo servizio, perché in questo servizio lui ha incontrato Dio e il fratello. Un servizio di amore e condiviso insieme ad altri giovani, dove il “noi” vince le barriere delle periferie esistenziali del mondo. E dove le “piccole cose” Dio le ha fatte diventare grandi. Ci ha parlato della necessità di sempre, di una “ scelta politica”, la scelta di educare e non punire, imparata e sperimentata in una vita vissuta condividendo fino in fondo la marginalità dei carcerati e delle prostitute, tante e tante vite spezzate e considerata irrecuperabili e che, invece, attraverso l’impegno e la cura, sono sbocciate e rifiorite a una vita nuova. Il vangelo ha scosso la vita di del giovane Luigi, fino a portarlo al desiderio di donare totalmente la sua vita a Dio e ai fratelli e alle sorelle più scartati, per questo ha scelto di entrare in Seminario. Gesù di Nazaret ha consegnato al giovane sacerdote Luigi Ciotti il catino per lavare i piedi al mondo. “La tua Parrocchia sarà la strada”: così si espresse il Card.Pellegrino il giorno della sua Ordinazione Sacerdotale, presso la chiesa del Seminario Minore di Giaveno. Con grande gratitudine e affetto ha ricordato due tra vescovi di Torino che hanno maggiormente segnato il suo ministero: Michele Pellegrino e Anastasio Ballestrero, che come padri lo hanno accompagnato e sostenuto, e sempre sono stati al suo fianco con il massimo impegno. Don Ciotti è molto grato alla sua Chiesa torinese e in particolare a Papa Francesco, con cui condivide l’impegno a favore della giustizia sociale, della legalità e della dignità di ogni persona, delle opere del Papa, il più delle volte realizzate nel segreto, ricche di amore, espressione della infinita misericordia di Dio. Al termine del nostro incontro alcuni seminaristi hanno chiesto a don Luigi se, a causa delle minacce ricevute per il suo impegno contro tutte le mafie, attraverso l’opera di sensibilizzazione e di denuncia di Libera, di cui è attualmente presidente e instancabile animatore, non provasse paura e come conciliasse il ministero con il suo impegno sociale. Non ha nascosto la sua paura, nonostante da 35 anni viva sotto scorta, la paura anche per chi ogni giorno tutela la sua vita, ma ha detto a gran voce che bisogna andare avanti, non mollare mai, essere sempre portatori della speranza e della gioia del Risorto. Ha detto di non sentire il suo ministero staccato dal suo impegno, ma ogni giorno come prete porta il Cristo incarnato, morto e risorto a ogni persona. “Bisogna dire a tutti che il Cristo ha vinto e ci ha liberati”, ha affermato con sincera passione, e ha aggiunto: “Credo nel noi”: un noi capace di opporsi a quella grande piaga sociale che è il mondo delle mafie, opporsi e denunciare senza stancarsi la prepotenza, la violenza e i soprusi che ogni giorno violentano la nostra società.

La testimonianza di don Ciotti è stata un messaggio di speranza e di amore, un amore concreto che ridona vita e che spinge. A non rimanere indifferenti, a non avere paura di sporcarsi le mani. Una testimonianza la sua che ci ha fatto del bene, ci ha regalato quasi tre ore del suo prezioso tempo e per questo sentiamo di essergli davvero molto grati e riconoscenti. Immensamente grazie don Luigi.

Michele Turrisi.

“Una ricchezza Evangelica: i Coniugi Barolo”

Nella serata di Martedì 12 Marzo 2024 nel Seminario Metropolitano di Torino, in un clima familiare, si è svolto un incontro con il sapore di santità.

La serata è stata aperta da Stefano Sola, seminarista della diocesi di Torino, che ha presentato il relatore, don Primo Soldi, e ha svolto una breve prefazione sulla figura dei coniugi Barolo, affermando: «Erano due sposi senza figli e nonostante ciò il loro matrimonio è stato fecondo. I marchesi Barolo nonostante fossero benestanti fecero uso della loro ricchezza in modo evangelico».

La presentazione è stata approfondita dal sacerdote Soldi, con il quale vi è un legame spirituale, in quanto fu’ parroco di Santa Giulia in Torino, luogo finanziato e voluto dalla contessa Giulia di Barolo.

Don Soldi più volte è tornato ad approfondire il legame tra la coppia Barolo e i santi Torinesi di quel tempo, citando e ricordando in modo profondo i santi sociali come Giovanni Bosco, Giuseppe Cafasso, Giuseppe Benedetto Cotolengo e Francesco Faà di Bruno.

«I santi sono persone concretissime, non immaginette ma persone che si pongono domande sulla propria vita e scoprono che dentro ognuno vi è una aria di santità» – Così don Soldi ricorda quanto sia importante partire da sè stessi e usare gli strumenti a disposizione per il bene comune di tutti. Proprio così Giulia Colbert e Carlo Tancreti sin dalla loro conoscenza presso la corte di Napoleone a Parigi si misero a servizio della carità, insegnamento ricevuto e trasmesso dalle famiglie di provenienza.

A tal proposito don Soldi, citando un libro da lui scritto- “Poveri a Palazzo”- riprende un evento importante che connota la Santità della coppia. In quegli anni la moglie doveva prestare obbedienza al marito e il desiderio della marchesa Colbert era quello di visitare le carceri torinesi ma non aveva l’approvazione del marito, in quanto luogo di malattie. Lei desiderosa di svolgere questo servizio lo fece nel segreto sino al giorno in cui rivelò. Il marito allora decise di dare la sua approvazione e da lì iniziò un vero e proprio servizio di carità, la Contessa iniziò a portare dell’acqua ai carcerati per rinfrescarsi e portava a corte gli abiti dei carcerati per rammendarli e lavarli. L’uso della ricchezza che avevano a disposizione servì per creare un piccolo fondo a questi poveri per fare in modo che una volta scontata la pena potessero ripartire con una vita normale.

La serata si è conclusa con alcune domande di attualità fatte dai seminaristi che potessero essere di aiuto nel concreto. Domande che hanno trovato piena risposta nel presule al quale va il nostro ringraziamento per la sua testimonianza.

Giuseppe

Quaresima, tempo di grazia

Quest’anno il tempo tra la fine degli Esercizi Spirituali del Seminario e l’inizio della Quaresima è stato brevissimo. Ciò mi ha invitato a coglierli in estrema continuità e unità. 

Ho riscoperto che la Quaresima è un periodo di estrema grazia; proprio come negli Esercizi Spirituali si è facilitati a lasciare molte cose superflue per dare spazio all’essenziale. Ma che cosa è essenziale? I frutti degli Esercizi mi aiutano a rispondere a questa domanda. Essenziale è avere consapevolezza di chi sono, in rapporto a Colui che mi fa essere; è partecipare ad una storia di Bene che mi precede, mi sostiene e mi guida; è rispondere liberamente all’Amore misericordioso che sempre mi viene donato.

Lo scorso fine settimana siamo stati accompagnati da don Federico Roscio, in ventiquattr’ore di ritiro, ad entrare pienamente nella Quaresima. È stato un tempo favorevole per rinnovare la disponibilità del cuore e per accogliere la novità di Dio che desidera irrompere nelle nostre vite. 

Don Federico ci ha introdotto al Vangelo del giorno (Mt 5,43-48), sul quale abbiamo meditato personalmente. Nel pomeriggio, a piccoli gruppi, abbiamo condiviso la preghiera con il metodo della conversazione spirituale, domandandoci dove lo Spirito ci stesse conducendo. Le condivisioni sono state profonde e autentiche, perché frutto di un ascolto fecondo della Parola di Dio e di una risposta concreta. Ci siamo accorti che sovente più che cercare il regno di Dio cerchiamo i nostri spazi e le nostre piccole certezze; ma che Gesù, amandoci per primo, ci offre una prospettiva nuova, vertiginosa: amare i nemici per essere figli del Padre. Percependoci in relazione a Colui che ci ama, è rinata in noi la scelta per l’Amore e quindi il coraggio di spezzare le dinamiche di male che sovente lasciamo alloggiare in noi e tra di noi. Ci siamo riscoperti bisognosi di Dio e desiderosi di seguirLo, lasciandoci coinvolgere totalmente da Lui.

Le indicazioni che la Chiesa ci offre per vivere questo tempo di grazia – digiuno, preghiera ed elemosina – sono parte di un unico movimento: fare spazio alla relazione viva e personale con Dio. Per questo, in Seminario, stiamo cercando un clima di maggiore preghiera, percorrendo ogni venerdì la Via Crucis e sostenendo il progetto della Quaresima di Fraternità per il sostentamento ai sacerdoti diocesani a Nairobi in Kenya. 

Sono grato per questo cammino di apertura a Dio e all’umanità e mi sento profondamente unito a tutta la Chiesa.

Stefano S.

Il Seminario: una casa per riscoprire il proprio cuore!

Anche quest’anno abbiamo festeggiato il nostro patrono, san Francesco di Sales e lo abbiamo fatto non solo con il nostro Arcivescovo don Roberto, ma anche con i professori della Facoltà Teologica in cui noi studiamo, con i volontari che ci aiutano nella gestione ordinaria del seminario e con tutti i preti ordinati negli ultimi dieci anni. Molti di questi ultimi sono fratelli che hanno passato uno, due, tre anni con noi in seminario, con cui abbiamo condiviso la quotidianità. 

È stato davvero di grande respiro per me passare un po’ di tempo con loro, incontrare anche altri che conoscevo solo di vista e sperimentare davvero come il seminario sia “casa” non solo per me, ma continua ad esserlo per tutti coloro che sono passati di qui e che vi passeranno. Mi ha fatto sorridere sentire alcuni che desideravano fare un giro del seminario per vedere se i luoghi che li hanno accolti per sei anni erano rimasti uguali oppure erano cambiati.

Vedere questo mi apre anche ad un altro desiderio, cioè che questa casa si apra ancora di più: che il seminario diventi anche “casa” per i giovani, per i ragazzi che condividono con noi il cammino di fede nella nostra diocesi. Siamo a due passi da Palazzo Nuovo dove tanti universitari studiano e da Piazza Vittorio dove c’è la movida serale e non: chi non vorrebbe avere una casa in una zona meravigliosa come la nostra. Questo luogo può diventarlo!

Un altro spunto che mi ha colpito, legato al tema “casa”, mi nasce dalle parole dell’Arcivescovo nella Messa che abbiamo celebrato in quel giorno di festa: “Il seminario è un luogo che rappresenta il futuro, non solo della storia degli uomini, ma il futuro di ognuno di noi”. E questo futuro può avverarsi in pienezza solo se “ci teniamo lontani dal lievito dei farisei” ovvero l’incapacità di riconoscere chi è Gesù, cioè il Figlio di Dio fatto uomo come noi che ci ama come nessun altro. 

Il seminario può essere un luogo in cui ognuno possa scoprire la vera identità di Cristo e di conseguenza impari a conoscere il proprio cuore. Il fatto che il seminario sia casa non implica che diventi un nido, cioè un luogo in cui si sta bene e in cui rifugiarsi per paura di stare nel mondo. Solo con la certezza di chi sei, che sei amato così come sei e con la certezza di chi è Gesù per te, puoi affrontare tutto quello che la vita ti metterà di fronte con più forza e serenità. 

Questo vuol dire casa, questo vuol dire casa per i giovani, una casa in cui possano stare con il Signore e sentirsi amati; così da poter andare nelle aule di Palazzo nuovo o del Politecnico ed annunciare che tutto è vano se non c’è Gesù nella propria vita, tutto finisce se non c’è qualcuno che dona l’eternità a quello che viviamo.

Concludo con una frase di san Francesco di Sales che ci ha ricordato don Roberto. Il santo francese diceva: “Chi conquista il cuore dell’uomo conquista tutto l’uomo”. Desidero che il seminario sia un luogo in cui tutti quelli che passano possano riscoprire che il loro cuore appartiene a Cristo, e a lui solo!

Luca 

Il giorno dei gradini del re

Un po’ alla Manzoni, che si rivolse ai suoi 25 lettori, anch’io mi voglio rivolgere a te, caro lettore. Mi sono davvero chiesto cosa raccontarti di un’esperienza così ricca e profonda qual è stata quella di questa specifica settimana, la numero 5, dell’anno 2024.

Assieme ai miei fratelli di seminario ci siamo ritirati in eremitica preghiera nella casa di spiritualità di Villa San Pietro a Susa. Impostati secondo il, già a noi noto, metodo ignaziano, gli esercizi spirituali di quest’anno ci hanno fatto conoscere don Giorgio Garrone, rettore del seminario, nei panni di guida spirituale degli stessi esercizi.

A questo punto mi son chiesto se è il caso di dirti che cosa sono questi esercizi di preghiera, cioè dirti in che cosa consiste il metodo ideato da Sant’Ignazio di Loyola. Di conseguenza dovrei anche dirti chi è questo santo. Mi sono anche detto che sarebbe interessante farti sapere che cosa significa vivere oggi una preghiera nata in una data così lontana dal nostro 2024. E così via. Il discorso potrebbe aprire panorami di domande a cui non so’ se potrebbe bastare lo spessore di un’enciclopedia per le risposte.

Tuttavia, al giorno d’oggi, per tutte queste ed altre domande puoi trovare con facilità molte e più complete delucidazioni rispetto quelle che potrei darti. Quindi ho scelto di condividere con te, una personale mozione, che non è propriamente un’emozione, “gustata” durante questi giorni di preghiera.

Nel dominante silenzio di un soleggiato giovedì, meditavo il brano 2 Samuele 11 della Bibbia, seguendo le riflessioni proposte da don Giorgio. Non ti nascondo, caro lettore, lo stupore di fronte all’emblematica figura del re Davide. Giustamente santo secondo la nostra chiesa cattolica, ma indubbiamente assassino secondo questo racconto.

Infatti il re ha sceso 5 gradini di una scala di peccati che lo hanno portato nel più basso atto dell’omicidio. Il primo gradino è quello dell’ozio, padre di tutti i vizi, come disse Catone. Successivo passo in discesa è quello della brama di possesso, quando il re vede la bella moglie di uno dei suoi servitori. Terzo gradino è lo sfogo della passione, incurante di tutti gli altri, a cui segue il quarto, che presenta menzogne e macchinazioni per salvaguardare la propria apparentemente perfetta condotta. Fino al livello più basso dove, con implicita derisione, fa ammazzare un suo fedelissimo suddito, salvando di fronte a tutti la faccia, anzi, facendo addirittura bella figura.

Ma è santo? Con una condotta così spregevole? Ebbene sì. Ovviamente non per questo episodio, ma per ciò che farà dopo.

Quando Dio, parlando al cuore del re attraverso la voce di un profeta, gli pone di fronte la realtà dei fatti, Davide si pente. Da quel amaro pentimento, ci dice la traditio, il re Davide scrisse il magnifico Salmo 51. Tra le toccanti parole si può trovare:

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella il mio peccato.

Carissimo lettore, con tutto ciò ho solo cercato di dirti l’immenso senso di consolazione, gratitudine ed affetto sperimentati durante questi esercizi di preghiera, a cui ora consegue una rinnovata forza nel proseguire il cammino che ho scelto e riscelgo tutt’ora di fare. Sono dispiaciuto se non ho contribuito ad aumentare le tue conoscenze in materia, ma il mio obiettivo era di stuzzicarti un po’. Chissà? Ha funzionato?

Irvin

Lavori in seminario

Salendo quella collina a partire da Piazza Vittorio, incontrando la Gran Madre e proseguendo per un paio di isolati, si arriva al Seminario Metropolitano di Torino, in via Lanfranchi 10. Uno spazio molto ampio, una vecchia struttura circondata da un bel parco, che è stata ristrutturata nel 1992 per ospitare il seminario. È diventato il luogo di formazione di seminaristi che, per trent’anni, hanno contribuito a comporre la comunità del clero torinese e non solo.

Il Seminario è situato nel cuore di Torino, da cui ogni giorno i seminaristi si dirigono verso la facoltà teologica in via XX Settembre per le lezioni. Questa struttura è la casa per giovani in formazione, che vi abitano per un lungo percorso di discernimento in vista dell’ordinazione. Tuttavia, nonostante la sua ristrutturazione trentennale, è una struttura articolata che attualmente ospita una comunità più ridotta rispetto al suo potenziale.

Una casa è fatta di rapporti, di tante vite che si spendono e si mettono in gioco nella preghiera, nella liturgia, nello studio, nel tempo libero, negli incontri e negli incarichi che ognuno ha per vivere insieme in una vita comune.

È stato interessante osservare come il rettore abbia avuto a cuore gli spazi che viviamo, poiché la bellezza nel vivere i luoghi è una gratuità, ma non è secondaria alla vita. Gli spazi esistenti hanno una grande potenzialità, ma necessitano ormai di un lavoro sistematico di ristrutturazione e di ripensamento.

L’idea è stata quella di realizzare un luogo per la comunità dove vivere i momenti in comune e anche un luogo dove poter accogliere gli ospiti. Una commissione di seminaristi, insieme al rettore, si è messa in gioco per capire in quale punto della struttura realizzare ciò e quali fossero le esigenze. Si è pensato ai locali attualmente sottoutilizzati che a suo tempo ospitavano la segreteria della facoltà teologica, composti da alcune stanze, di cui una di dimensioni adatte per un salone di circa 64 mq, un largo corridoio e un’altra area con 3 stanze di diverse dimensioni.

Dopo le valutazioni della commissione, è stata incaricata l’architetta Giulia Bertino per la progettazione. Nella stanza più grande si è pensato a un’area multifunzione che potesse essere utilizzata con assetti diversi in base alle esigenze della vita comune: come sala TV, salone per riunioni, per gli incontri pianificati dalla comunità nelle commissioni “vite dei santi” e “cultura”, o come spazio relax per fare due chiacchiere, una pausa caffè o un gioco serale. Questo salone si affaccia su un corridoio largo circa 3 m, pronto per essere utilizzato non solo come elemento di passaggio, ma anche come luogo dove sostare e fare una partita a calcio balilla o a ping pong, o dove fermarsi nell’area divani. Il corridoio dà accesso direttamente al cortile esterno, in cui è in progetto un campo da pallavolo e calcetto. Da esso si accede ad altre 3 stanze di diverse dimensioni, una che ospiterà il biliardo e le altre due come spazi per lo studio e la lettura.

In tutto ciò, l’architetta è stata molto brava nel pensare a degli spazi caldi, armoniosi e versatili. Ha utilizzato diligentemente ribassamenti in cartongesso e strisce di colore sulle pareti, formando un ambiente organico composto da aree diverse nelle stesse stanze: luoghi più aperti e più chiusi, di movimento e staticità, insomma, al servizio di una normale vita comune.

Tutto questo, per ora, è il progetto. Nei prossimi mesi, rimboccandoci le maniche, speriamo di poterlo realizzare.

Chiedete pace per Gerusalemme

Con queste parole il salmo 122 ci fa pregare e allo stesso tempo, in questi tempi difficili, ci fa interrogare su che cosa sia la pace, qual è il suo significato e soprattutto chi è la nostra vera pace.
Papa Francesco molte volte ci esorta a custodire il dono della pace, difendendola dalle varie insidie e da un pericolo sottile ma drammatico: L’indifferenza.
Con questo spirito, con l’intenzione di comprendere e insieme sfidare l’indifferenza, la commissione cultura, interna al nostro seminario, ha organizzato un incontro di riflessione e dibattito sul conflitto palestinese-israeliano ad oggi in corso. Molto preziosa ed importante è stata la presenza di tre ospiti che hanno condiviso con noi la loro personale esperienza del vivere ed abitare la Palestina.
Sono stati con noi: Martedì 21 novembre scorso, la professoressa Claudia Graziano, docente di italiano e latino per molti anni a Gerusalemme e fondatrice dell’arsenale dell’incontro, del SERMIG, in Giordania. Il dottore Alessandro Ciquera, per molti anni ha vissuto in Palestina come operatore in aree di conflitto con l’operazione “Colomba”, corpo civile di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII.
È stata con noi in collegamento da Gerusalemme, piccola sorella Maria Chiara Ferrari, delle piccole sorelle di Gesù della famiglia Foucouldiana, che vive in Medio Oriente dal 1982.
L’incontro è stato aperto da tre domande:
Il perché di questo conflitto e la sua genesi.
È stato chiesto che cosa significa vivere e lavorare con le persone che abitano le periferie della Palestina e qual è il ruolo che gioca l’educazione nel progetto di pace
Dalle risposte condivise è emerso che l’educazione gioca un ruolo fondamentale e di come essa sia parte delle fondamenta del dialogo e della pace. Non è stato facile rispondere alla domanda sulla genesi del conflitto, poiché queste ostilità avanzano a tratti fin dal 1948, anno della fondazione dello Stato di Israele.
Sicuramente questo conflitto è figlio di varie teorie nazionaliste e pseudo-religiose che provocano continue tensioni sociali, un profondo sentimento di odio e scaturiscono nel più grave dramma che è la guerra.
Da queste preziose testimonianze abbiamo anche appreso come non tutti i palestinesi e gli israeliani ritengano che la guerra sia qualcosa di giusto e necessario, alcuni di loro sono scesi perfino in piazza a protestare, notizia del tutto taciuta dai media in Occidente. Chissà perché?
Abbiamo ascoltato di mamme che piangono i loro figli e si commuovono e provano dolore per i figli dei propri “nemici, abbiamo ascoltato di come un semplice saluto di pace (Shalom) possa gettare le basi per un vero dialogo e una pace giusta.
Bisogna costruire la verità e la giustizia attraverso piccoli passi, pieni di verità e d’amore.Questo incontro ha toccato il nostro cuore, ci ha donato un’esperienza intensa, ci ha parlato della pace come suono melodioso di vita che sfida il silenzio mortale che oggi “grida” per le strade della Palestina.
Questa esperienza ci ha richiamati ad una speranza sempre possibile, la speranza certa del Dio vivente, Dio dei nostri padri e di Gesù Cristo.
Speranza che ci invita a lasciare “Le nostre tiepide case” e diventare testimoni “credenti e credibili”.


Michele Turrisi

Seminario e Pastorale giovani

Con il seminario quest’anno abbiamo iniziato a sperimentare la collaborazione con la Pastorale Giovanile della Diocesi, prendendo parte attiva nell’organizzazione e nella gestione dei vari eventi.

Venerdì 17 novembre, nel primo incontro in Cattedrale con il nostro arcivescovo Roberto abbiamo sperimentato che i germogli sono parecchi e la voglia di incontrarsi dopo la GMG di questa estate era tanta: la preghiera, i sorrisi e gli abbracci sono stati una testimonianza che tanti desiderassero ritrovarsi e vivere una serata di preghiera e di vera fraternità giovane.

Siamo partiti dal Vangelo del giovane Ricco di Matteo e ci siamo messi in ascolto del nostro desiderio di vita, di una vita  ricca, piena, non bloccata da nulla, non ostacolata dalle nostre paure. “Maestro cosa dobbiamo fare per avere la vita eterna?” riecheggiava così questa domanda lungo tutta la serata, come se effettivamente ci fosse chiesto: c’è  qualcosa per cui vale la pena vivere, qualcosa che da un senso al nostro studio, al nostro lavoro e alla fatica? Nel silenzio e nella preghiera, chi aveva il cuore aperto a questa voce silenziosa l’ha percepito.

Da giovane posso affermare che ci troviamo in un mondo dove spesso fronteggiare una serie di cambiamenti e pensieri ci porta credere di essere soli e abbandonati, ma è possibile scoprire anche in questa occasione che non sono solo, non sono abbandonato, che posso affermare con certezza che ho vicino degli amici che ricercano le stesse mie cose, che altri giovani come me provano le stesse mie paure e hanno le stesse mie fragilità e barriere che costruisco per difendermi dall’ignoto e dalla paura che nulla abbia senso.

Abbiamo potuto di nuovo sperimentare dopo la settimana a Lisbona, una fraternità che è capace di unirsi semplicemente per il fatto di essere lì insieme per lo Stesso Motivo. Ed essere così tanti è stata una gioia enorme.
Vedere così anche la vita in seminario, mi aiuta a cercare con radicalità di seguire il Signore, che non significa come spesso l’immaginario comune propone, essere da solo, triste e forse un po’ sfortunato, ma al contrario avere una comunità più grande, che mi sostiene e mi accoglie, un senso di speranza e di conforto, una spalla che ti aiuta nelle difficoltà semplici di tutti i giorni, anziché il solo mio punto di vista a volte accecato dalla paura.

La fede ci può offrire una chiave di lettura della nostra vita per ricercare continuamente e ovunque un incontro personale con Dio e il prossimo, vivere la fede nella quotidianità, nelle cose più piccole perché la fede non è qualcosa da fuochi d’artificio da vivere solo in chiesa o in altri momenti speciali.  La fede può essere vissuta nella quotidianità, nelle relazioni, nei sorrisi e in ogni posto, sapendo che posso viverla solo se mi rendo conto di essere amato. 

Saverio 

Lourdes, la via dei piccoli

Nel sud della Francia, ai piedi dei Pirenei, c’è un paesino provinciale, insignificante, un paesino come mille altri. In questo paesino, una ragazzina di nome Bernadette e la sua famiglia vivono in condizione di grave povertà: il “cachot” in cui abitano è una stanzina ritenuta troppo malsana persino per ospitare la prigione cittadina. È l’11 febbraio 1858 quando Bernadette, in cerca di legna, si spinge fino a Massabielle, una grotta sul fiume Gave usata come discarica; lì si scopre attesa in un incontro che segnerà la sua piccola vita e le sorti di quel paesino chiamato Lourdes. Sono queste le circostanze in cui Maria è apparsa per indicare al mondo ancora una volta la via dei piccoli, quella che ha scelto suo Figlio, quella che passa da una ragazzina emarginata e ignorante, dal fango di una fonte.

A Lourdes, la Madonna usa ogni mezzo per additare la centralità di Gesù, nella riscoperta del Battesimo, nella mendicanza dell’Eucaristia. L’acqua, la roccia, la luce dei ceri, le folle, i malati, le processioni: questi segni, tutti legati al linguaggio biblico, conducono ogni pellegrino ad ammettere la propria malattia, il proprio anelito di guarigione e di riconciliazione, per scoprirsi allora raggiunto dall’amore di Dio.

L’esperienza di Lourdes sarebbe già sufficiente così, vissuta nella semplicità di un pellegrino che si fa discepolo alla grotta. Eppure, quale più grande apporto viverla in un vero clima di Chiesa! Il gesto del pellegrinaggio dona al singolo l’appartenenza a un popolo in cammino: un popolo di mendicanti, come lui. È stato così per il pellegrinaggio interassociativo della Diocesi di Torino a cui la comunità del Seminario ha aderito dal 22 al 25 aprile. Infine, ancora più che nel senso ecclesiale, il pellegrinaggio a Lourdes si compie davvero nel servizio ai malati e agli anziani che chiedono di essere accompagnati qui: nella condivisione con loro, il pellegrino si implica davvero nel messaggio del santuario.

L’abbiamo sperimentato anche noi seminaristi, che nei giorni del pellegrinaggio abbiamo conosciuto e assistito i malati delle due principali associazioni. Che grande scuola poter imparare che cos’è la speranza dagli occhi luminosi di chi ha bisogno di un aiuto, e sperimentarne insieme con loro la presenza dell’abbraccio di Maria! Personalmente, questo pellegrinaggio è stato anche occasione di memoria. Negli anni del liceo, infatti, accogliendo – seppur con un certo scetticismo iniziale – l’invito di un amico, ho fatto servizio come barelliere nell’Oftal di Casale Monferrato e, con un folto gruppo di giovani, ho preso via via familiarità con questo posto.

In particolare, fermandomi una notte a pregare alla grotta, incurante del tempo, ho scoperto il gusto dell’amicizia del Signore e intuito la possibilità di vivere di questa relazione. Insieme al desiderio di portare a tutti questa gioia che era vera per me, da qui ha cominciato a germogliare la consapevolezza di una vocazione che mi fa essere oggi al quinto anno di Seminario.

Stefano Maria Accornero