Festa del Seminario

Giovedì 5 febbraio, il Seminario ha celebrato con solennità la festa patronale di S. Francesco di Sales. Savoiardo (1567-1622), fu difensore della fede cattolica in un’epoca turbolenta, il post Concilio di Trento. Giovanissimo vescovo a Ginevra, iniziò con ardente zelo la sua opera pastorale, non senza fatica, costretto a vivere ad Annecy perché Ginevra era e rimarrà terra calvinista, ostile ai cattolici. A neanche 40 anni dalla morte fu dichiarato beato, dopo tre anni santo, e nel 1877 fu proclamato dottore della Chiesa. Hanno condiviso la festa con noi il Cardinale Arcivescovo, il vescovo ausiliare, e da quest’anno anche i vescovi di Cuneo-Fossano e di Saluzzo, i cui seminaristi ora si formano qui a Torino. Oltre ai vescovi, presenti alcuni docenti, i rettori emeriti, i volontari che si prendono cura di questa casa, la Comunità della Propedeutica, e parte dei sacerdoti ordinati negli ultimi 10anni. Nella prima parte della mattinata, il prof. Gian Maria Zaccone, direttore del Centro Internazionale di Studi sulla Sindone, ha tenuto una conferenza sul tema:La Sindone, segno di amore e vita nella spiritualità di san Francesco di Sales. Tra gli innumerevoli scritti del santo, la Sindone ha un ruolo di spicco; egli non solo fu “devoto” della Sindone, ma anche collezionista, possedendone una copia e diverse raffigurazioni. Non solo: la Sindone “custodisce” gocce di sudore e lacrime del santo vescovo, il quale fu chiamato dal principe Carlo Emanuele a reggere la preziosa reliquia predicando durante una ostensione qui a Torino il 4 maggio 1613. Il prof. Federico Valle poi ci ha presentato alcune opere d’arte raffiguranti il nostro Patrono, tanto diffuso nelle pitture delle nostre chiese, aiutandoci a cogliere un frammento della bellezza del grande patrimonio artistico locale piemontese.

In seguito, il Cardinale Arcivescovo ha provveduto alla benedizione dei locali di Casa Betania, spazio di accoglienza messo a disposizione dal Seminario per gruppi che intendono proporre momenti di pastorale in collaborazione con i seminaristi. Il cuore della giornata è stata la Messa Pontificale celebrata nella Cappella del Seminario, intitolata proprio a san Francesco di Sales. È stato significativo pregare tutti insieme, come una grande famiglia, tutti fratelli in Cristo, morto e risorto per noi. Il Cardinale, nella sua omelia, ha esortato noi seminaristi a “rimanere nell’amore del Padre”, sull’esempio di Francesco di Sales, che “è rimasto lì per tutta la sua vita, nelle vicende diverse che la sua esistenza gli ha dato di vivere”. Una bella testimonianza per tutti noi: “Che cosa ci è chiesto, che cosa ci sarà chiesto, comunque vada la vicenda del mondo e della Chiesa?”, ha concluso il Cardinale esortandoci a “rimanere nell’amore con cui il Padre ama il Figlio” , a “non sottrarci a quell’amore”.

A seguire, il tradizionale pranzo tutti insieme, occasione preziosa di ringraziamento che ci aiuta a crescere nella fraternità.

Kevin Melis

Esercizi Spirituali 2026

Ogni anno, l’ultima settimana di gennaio, la comunità del Seminario vive la settimana di Esercizi Spirituali, momento forte del percorso formativo, in cui ci si ferma dalle consuete attività e ci si immerge nel silenzio della preghiera.  Proprio questo il tema che ci è stato donato da Padre Cesare Falletti, monaco cistercense e primo Priore del monastero di Pra ’d Mill. Attraverso le due meditazioni quotidiane in merito a questo tema, abbiamo potuto approfondire e gustare una verità dell’essere umano, che è chiamato, in quanto creatura, a rispondere all’invito di Dio a rimanere e a dialogare con il suo Creatore, attraverso il mistero della preghiera. Si è parlato anche della preghiera come lotta contro i pensieri e le distrazioni che vengono dalla nostra natura ferita dal peccato e dal Nemico della natura umana, colui che divide e disturba il nostro rapporto con il Signore. Il dialogo con Dio, che è molto personale e può avvenire in tanti modi, ci mette in comunione con la Santissima Trinità, mistero grande della nostra fede, grazie allo Spirito Santo che abita in noi, incessantemente dipinge in noi l’immagine del Figlio e ci porta a riconoscerci figli dell’unico Padre che è Dio.  Il silenzio di questi giorni ci ha aiutato a rientrare nella nostra interiorità per ascoltare la voce dello Spirito e per essere in comunione più profonda tra noi. Al termine degli Esercizi abbiamo potuto condividere i “frutti” raccolti in questa settimana e anche le fatiche riscontrate.  Questo momento della condivisione è un dono grande per ciascuno, perché lo Spirito Santo che invochiamo, parla attraverso le nostre vite e può suggerire delle sfumature ulteriori per chi ascolta.

Ringraziamo di cuore Padre Cesare, per la sapienza e la profondità delle sue parole, che ci hanno fatto crescere nel desiderio di trovare Dio nella nostra preghiera e nella vita di ogni giorno.

Gabriele Calvi

L’incontro che apre alla fede

Il tema che guida il percorso formativo di quest’anno in seminario è quello dettato dal vescovo nella lettera pastorale: la trasmissione della fede. Nell’andare a fondo, interrogarsi e lavorare su questo tema un ruolo essenziale è ricoperto dagli incontri di carattere culturale, agiografico o di attualità tenuti da ospiti esterni. Tra questi uno dei più interessanti è stata la coraggiosa guida all’ascolto guidata da Chiara Bertoglio (concertista e docente di pianoforte, musicologa e teologa) che invece di mirare esplicitamente al tema ha proposto un incontro con le travagliate vicende esistenziali di due giganti, anzi di due geni dell’umanità, Beethoven e Schubert.

La sorpresa iniziale è stata proprio quella di vedere svelarsi nota per nota, mostrandosi integralmente e senza illusioni a noi ascoltatori dell’ultima ora, le domande profonde che abitavano il cuore di questi grandi compositori. Dall’immagine di un Dio più padrone che Padre espresso dall’oratorio “Cristo sul Monte degli Ulivi”, allo smarrimento legato all’inesorabile ripetitività della vita paragonato da Schubert al suono della ghironda, fino alla profonda paura e impotenza umana di fronte alla morte che in modo agghiacciante strappa noi, o i nostri cari, ed è immaginata come I’Erlkönig: il re degli elfi.

Non è attualmente possibile raggiungere le vostre orecchie, ma si può a testimonianza di ciò riprendere un passaggio del testamento scritto da Beethoven: “Ma quale umiliazione ho provato quando qualcuno, vicino a me, udiva il suono di un flauto in lontananza e io non udivo niente, o udiva il canto di un pastore e ancora io nulla udivo”. Quellochesimostravaanoi eraunuomo,ma un uomo che pareva proprio essere sé stesso, sapendosi guardare dentro, conoscersi e soprattutto sapersi raccontare.

Ma alla sorpresa iniziale ne è sopraggiunta successivamente una ancora più grande. In quelle note non solo è stato possibile scorgere il genio umano, ma sentire meglio espresse le proprie domande, malinconie e paure che in qualsiasi altro possibile tentativo personale. Raccontando di sé mediante queste meravigliose opere in realtà si sta descrivendo ogni uomo. E io scopro me stesso grazie a quell’opera che mi raggiunge e descrive meglio di come avrei fatto io stesso.

Si finisce così spiazzati dalle sterminate domande che sorgono a fronte di attese risposte non sopraggiunte. Ma quando il tema è la trasmissione della fede, quale credibilità si ottiene se non si è prima toccato, anzi se non si è entrati nell’abisso, nella bufera di incertezza e solitudine che esistono nell’intimo di ogni uomo, e da là sotto elevato un accorato grido che tutto questo non sia l’ultima parola? Proprio a questo risponde la fede, e quindi proprio da qui è necessario partire.

Per quanto sia decisamente più impegnativo non si può che sentire un senso di profonda gratitudine per chi, ponendoti con le spalle al muro, obbliga a una lealtà che accende la domanda, apre a un cammino e fa gustare in modo tutto nuovo ciò che veramente risponde.

Andrea Giai Merlera

Tempo di Avvento

Mentre ci avviciniamo al cuore dell’Avvento, anche in Seminario stiamo vivendo un tempo di intensa preparazione al Natale. Il primo passo di questo cammino è stato il Ritiro d’Avvento dove, guidati da Fratel Fabio della Comunità di Bose, abbiamo meditato sulla figura di Giovanni Battista come “Precursore” e su una frase che è risuonata come un imperativo: “Preparate la via del Signore” (Mc 1,3). Questa chiamata abbiamo potuto concretizzarla anche nella cura dei simboli propri della liturgia in questo tempo forte, come l’accensione dei ceri della Corona d’Avvento – durante il suggestivo Rito del Lucernario – e l’Invitatorio che ogni mattina, prima delle Lodi, ci richiama alla vigilanza.

Sulla scia di questa preparazione spirituale e liturgica, anche l’allestimento degli addobbi natalizi è stato vissuto come un esercizio dove, attraverso la collaborazione reciproca e la cura dei dettagli, abbiamo rivisto come l’unità e il servizio siano le virtù più preziose per prepararci ad accogliere il Signore che viene.

Il Presepe, come ci ricorda la tradizione, fu un’intuizione di San Francesco d’Assisi per poter “toccare con mano” il mistero dell’Incarnazione. Nel realizzarlo abbiamo meditato su come Dio non si manifesti nella grandezza e nel potere, ma nell’estrema semplicità e umiltà di una stalla. Le figure che compongono la scena rappresentano la Chiesa in cammino, chiamata a lasciare le proprie sicurezze per mettersi in viaggio verso l’essenziale.

L’Albero di Natale si erge, poi, come simbolo potente: la sua natura sempreverde è immagine dell’eternità della vita offerta da Cristo; la sua verticalità ci ricorda l’asse che congiunge Cielo e Terra e il nostro costante orientamento verso Dio; le luci che lo avvolgono sono segno della Luce di Cristo, che siamo chiamati ad accogliere e a riflettere. Questa riflessione ci riporta alle parole di Gesù stesso: “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14). Dunque, decorare l’albero deve essere un gesto che rinnova in noi l’impegno battesimale a rischiarare le oscurità della nostra società.

Ma qui sorge una domanda: come possiamo far parlare questi simboli, così potenti nel loro significato originario, al mondo contemporaneo, dominato dalla ricerca di efficienza, dal rumore e dalla velocità?

Il Presepe, che è uno scandalo di autenticità in un’epoca che idolatra la forza, ci rivela come la salvezza non si trovi nell’onnipotenza umana, ma nella fragilità del Dio fatto uomo, invitandoci dunque a presentare la fede come la semplicità disarmante e accogliente di Betlemme.

L’Albero di Natale, con la sua promessa di vita, è un atto profetico di Speranza in un mondo segnato dalla disillusione. Le sue luci ci ricordano che la gioia e la pace nascono dalla Comunione e che, nonostante le tenebre e le divisioni che attraversano la società, la Luce è già venuta e “le tenebre non l’hanno sopraffatta” (Gv 1,5).

Preparare il Natale significa, quindi, rinnovare il nostro impegno vocazionale, annunciando che la novità di Cristo è la risposta più vera e profonda alla nostalgia di Dio che abita il cuore dell’uomo.

Andrea Alesso

Il canto dell’amore di Dio nei Padri Siriaci

Scolpita nella pietra antica del portale della cattedrale di Chartres, la Creazione di Adamo mostra un Dio che si china sul primo uomo, gli sfiora il volto, quasi a risvegliare dal silenzio la vita che attende di sbocciare. È un’immagine che dice più di molte teologie: la distanza tra Creatore e creatura si colma in un gesto di tenerezza. Ed è da qui che prende avvio il viaggio nelle radici spirituali del cristianesimo orientale che il Priore della comunità monastica di Bose, Sabino Chialà, monaco e studioso dei Padri al quale va la nostra gratitudine, è venuto a condividere con la nostra comunità del Seminario, mercoledì 19 novembre, un momento di approfondimento.

Attraverso alcuni testi abbiamo assaporato la teologia dei Padri siriaci, abbiamo sperimentato un modo nuovo di fare teologia, una teologia che ci dona immagini, metafore, poesie che “cantano” questo immenso amore di Dio per noi.

Per Efrem il siro, ad esempio, la liturgia non era un semplice rito, ma una vera scuola di teologia: lì il popolo imparava a conoscere il Mistero attraverso inni, gesti, simboli e melodie capaci di formare interiormente.

È un’eredità sorprendentemente viva anche nella nostra comunità del Seminario: le celebrazioni quotidiane diventano per noi un laboratorio spirituale dove la Parola si intreccia con la vita e la teologia esce dai libri per incarnarsi nei volti, nei ritmi della preghiera comune, nel silenzio condiviso.

La liturgia ci educa non solo a parlare di Dio, ma ad accogliere il suo approccio, quel modo tenero con cui Egli si avvicina e chiede di abitare le nostre relazioni, nel rispetto reciproco, nella serenità che impariamo a donare, nella misericordia e nella pace che siamo chiamati a invocare sul mondo; specialmente in questo nostro mondo attuale, pieno di tanto odio e di violenza, di parole che feriscono e non generano vita.

L’incontro con la tradizione siriaca è per noi una finestra che si apre su una ricerca più grande: una ricerca che non si ferma alla conoscenza, ma diventa invocazione e possiamo così dire, come comunità, che grazie a questo incontro e a questo approccio, siamo cresciuti nella ricerca; e questa ricerca è diventata un grido, un’invocazione a Dio con la preghiera di un altro padre della tradizione siriaca: Isacco di Ninive: “Ma tu, Signore Gesù Cristo, mio Dio, donami la frantumazione del cuore perché con tutta l’anima io mi metta a cercarti; ti ho abbandonato, tu non mi abbandonare. Mi sono allontanato da te, tu mettiti alla mia ricerca”.

Michele Turrisi

Una casa dell’amicizia

Durante questa estate si sono conclusi i lavori che hanno permesso la nascita di Casa Betania, un luogo per i giovani in cui vivere giornate di amicizia e di incontro con il Signore.

Per la nostra comunità del Seminario, Casa Betania è una finestra che ci permette di incontrare i giovani, condividendo domande, a volte inquietudini, in una quotidianità e in un’amicizia in cui accade di accorgersi di una Presenza del tutto particolare, di uno sguardo che ha una tenerezza infinita su ciascuno.

Con il gruppo AnimAdo di Carmagnola, durante qualche giorno di convivenza con il desiderio di approfondire cosa significa essere animatori, abbiamo visitato lo spazio dedicato a San Pier Giorgio Frassati “verso l’alt(r)o”.

La condivisione è stata un fiume in piena!  Stella: “Pier Giorgio ha vissuto le cose che vivo io: le preoccupazioni universitarie, le domande sul futuro. Non pensavo che un Santo potesse essere così!” Luca: “Frassati mi colpisce perché è stato capace di scegliere. È importante prendere decisioni nella vita!”  Simone: “Per lui la fede non è qualcosa di astratto, ma un’esperienza vitale”

Di fronte ai Santi è facile riconoscere che siamo fatti per cose grandi, siamo fatti per Dio! Nasce il desiderio di camminare verso l’Alto e verso l’altro, fino a prendere decisioni inimmaginate.

Con i giovani della Crocetta abbiamo riflettuto, aiutati dall’esperienza di Dante, sulla nostra identità e ci siamo chiesti: “Chi siamo? Chi sono per chi mi ama?” Subito si è innescato un dialogo molto intenso: per Giorgio siamo la somma dei nostri pensieri e dei condizionamenti che viviamo, per Stefano siamo figli amati e, come ha incalzato Carlo, abbiamo un nome preciso, che ci è stato dato e la sfida della vita è ascoltare chi e cosa ci fa diventare più noi stessi.

In questa settimana abbiamo anche potuto in più occasioni condividere la nostra preghiera comunitaria dei vespri con i giovani della Crocetta, così come anche la celebrazione della Messa al mattino. È stato bello poter vivere il centro e la fonte della nostra vita in seminario con questi ragazzi e ragazze.

Ci ha fatto poi piacere sentir dire che Casa Betania è stata un luogo significativo per la buona riuscita della settimana comunitaria. Gli spazi accoglienti e calorosi hanno favorito, fin dai primi giorni, un clima familiare, offrendo la possibilità di vivere pienamente i momenti di gioco, studio, formazione e svago.

Nella sala comunitaria l’icona di Gesù e l’Amico ci accompagna e ci ricorda che non siamo soli ad affrontare le sfide della vita. È possibile vivere delle amicizie in cui ci si sente veramente a casa, attesi e desiderati, affrontando tutto con uno slancio di novità.

Stefano C. e Stefano S.

Una giornata di festa

Domenica 11 maggio è stata una giornata di festa per la nostra comunità del Seminario di Torino. Un giorno speciale, reso ancora più prezioso dalla presenza delle nostre famiglie, accolte in Seminario da noi seminaristi, dal Rettore e dalla guida spirituale.

Abbiamo aperto la giornata con un momento di preghiera comunitaria. Successivamente, raccolti attorno al grande schermo, abbiamo seguito con emozione il primo Regina Coeli di Papa Leone XIV che coincideva con la Domenica del Buon Pastore: un momento carico di speranza per la Chiesa universale. Nel suo discorso, il Romano Pontefice ha toccato numerosi temi di riflessione e preghiera. Tra questi, la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, celebrata proprio in quella domenica, ci ha offerto l’occasione per meditare sul dono della chiamata e per rinnovare il nostro “sì” al Signore con entusiasmo. Citando le parole del Papa: ”oggi fratelli e sorelle, ho la gioia di pregare con voi per le vocazioni, specialmente per quelle al sacerdozio e alla vita religiosa. La Chiesa ne ha tanto bisogno! Ed è importante che i giovani e le giovani trovino, nelle nostre comunità, accoglienza, ascolto, incoraggiamento nel loro cammino vocazionale, e che possano contare su modelli credibili di dedizione generosa a Dio e ai fratelli”. […]E ai giovani dico: “Non abbiate paura! Accettate l’invito della Chiesa e di Cristo Signore!”.

La ricorrenza coincideva anche con la Festa della Mamma: quale occasione migliore per festeggiare le nostre mamme che ci amano da sempre, e affidarle alla protezione della Vergine Maria. Il pranzo comunitario ha rappresentato un ulteriore momento di fraternità: ogni famiglia ha contribuito preparando piatti tipici che abbiamo condiviso, gustando insieme non solo il cibo, ma anche la gioia dello stare insieme.

Nel pomeriggio, ci siamo recati presso la Cattedrale di Torino per partecipare alla celebrazione eucaristica, presieduta da mons. Alessandro Giraudo, il nostro Vescovo ausiliare, insieme a numerosi presbiteri concelebranti. Durante la liturgia, alcuni di noi seminaristi e diversi candidati al diaconato permanente hanno ricevuto i ministeri del Lettorato e dell’Accolitato: un passo significativo nel nostro cammino vocazionale, alla presenza delle nostre famiglie, dei nostri amici e delle comunità parrocchiali da cui proveniamo, accompagnati anche dalla preziosa preghiera di tanti che, seppur non hanno potuto essere presenti, ci hanno fatto sentire la loro vicinanza e affetto, tra i quali anche il nostro Arcivescovo, il Card. Roberto Repole impegnato a Roma.

Terminata la celebrazione, siamo rientrati in seminario per accogliere gli aspiranti diaconi insieme alle loro mogli e ai figli, accompagnati dai rispettivi formatori. La serata si è aperta con la preghiera dei vespri, seguita da un momento di presentazione reciproca. La cena conviviale in un clima di festa ha favorito il dialogo, approfondendo la conoscenza tra di noi, perché, citando le parole del nostro rettore, “abbiamo vocazioni vicine che possono scambiarsi reciproci doni”.

Siamo grati per i doni ricevuti in questa giornata, certi che continueranno a portare frutto nel nostro cammino.

Gianluca Delmondo

Un Viaggio tra Bellezza, Fede e Fraternità

Il nostro recente viaggio del seminario, insieme agli amici della propedeutica, si è rivelato un’esperienza intensa e trasformante, un itinerario che ha unito la bellezza dell’arte alla profondità della fede e all’incontro fraterno. Siamo partiti con il cuore aperto, legati da un cammino comune e da un sogno semplice ma profondo: scoprire, pregare, lasciarci incontrare da Dio attraverso luoghi, volti e silenzi.

La nostra prima sosta è stata Avignone, città ricca di storia e spiritualità. In questo luogo che fu sede papale nel Medioevo, abbiamo celebrato la Messa nella maestosa cattedrale di Notre-Dame des Doms, un momento di raccoglimento e gratitudine che ha segnato l’inizio del nostro pellegrinaggio. Le antiche pietre di quella Chiesa sembravano restituire l’eco delle preghiere di secoli, avvolgendoci in un’atmosfera di comunione.

Arrivati a Barcellona, siamo stati calorosamente accolti dal seminario locale. La città catalana ci ha subito conquistati con la sua vitalità e i suoi colori; abbiamo visitato le piazze vivaci, la cattedrale storica e, naturalmente, l’opera più celebre: la Sagrada Familia.

La basilica, ancora in costruzione, è il frutto del genio visionario di Antoni Gaudí, architetto profondamente credente. La sua arte non è stata solo estetica, ma una vera preghiera scolpita nella pietra. Gaudí aveva una grande attenzione per i poveri e gli oppressi e nella sua vita semplice e umile, cercava Dio nei piccoli gesti quotidiani e nel volto dei fratelli. La Sagrada Familia, con le sue torri slanciate verso il cielo, racconta il Vangelo in forme e simboli, offrendo a chi la osserva un invito alla contemplazione e alla speranza.

Lasciata Barcellona, abbiamo ripreso il cammino verso Taizé. Ma prima, un’altra tappa: Arles. Anche qui, una pausa veloce ma luminosa. Le vestigia romane, la magnifica Cattedrale, le piazze baciate dal sole e il ricordo di Van Gogh ci hanno regalato un momento di contemplazione della bellezza che nasce anche dal dolore.

Il nostro cammino è proseguito verso Taizé, piccolo villaggio francese che, a prima vista, non mostra grandi edifici o monumenti. Eppure, proprio lì abbiamo trovato una bellezza diversa: l’amore fraterno vissuto nella semplicità.

Unendoci al pellegrinaggio diocesano dei giovani di Torino, insieme a fratelli e sorelle di diverse confessioni cristiane, abbiamo invocato “Abbà, Padre” con una sola voce. In quel silenzio condiviso, nei canti ripetuti, nella semplicità dei pasti e nell’accoglienza reciproca, abbiamo fatto esperienza concreta di ciò che significa essere Chiesa: un popolo in cammino, unito dall’amore del Padre.

Questo viaggio non è stato solo uno spostamento geografico, ma un pellegrinaggio dell’anima. Da Avignone a Barcellona, fino a Taizé, abbiamo scoperto che Dio si manifesta nella grandiosità delle cattedrali così come nella silenziosa fraternità di una comunità orante. Portiamo con noi il desiderio di continuare questo cammino, ogni giorno, nella nostra vita quotidiana e nella nostra piccola comunità di fratelli che cammina insieme al suo Signore.

Michele Turrisi


Farsi Prossimo

C’è una parabola nel vangelo di Luca che suona così: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto”, prosegue “Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione” (Lc 10,30.33), uno sguardo che si posa su una persona in difficoltà, ha misericordia di lui: lo fascia, lo porta nella locanda, sta con lui; non medica solo la ferita ma si fa prossimo. È questo ciò che chiede Gesù a quel signore, è ciò che chiede a me che ascolto quelle sue parole, sorge dentro di me come al dottore della Legge la domanda: chi è il mio prossimo?
Mercoledì 2 aprile abbiamo avuto come ospiti in seminario due donne: Monira e Negin che ci hanno raccontato la loro esperienza. Monira è madre di due ragazzi, lavorava come procuratrice in un tribunale per minori in Afghanistan, all’arrivo dei talebani nel 2021 la sua possibilità di continuare la sua professione le sarebbe stata negata, prendendo quindi la decisione di andarsene dalla sua patria, con i suoi fi gli, verso questo luogo così lontano come l’Italia. Negin è una ragazza 25enne iraniana, studiava recitazione, ha fatto la scelta di andarsene dall’Iran lasciando tutto: famigliari, la sua terra, le sue origini, tutto, per cercare un luogo dove la sua libertà potesse avere voce; in Italia ha ripreso gli studi ed ora è felicemente sposata.
Hanno raccontato le loro storie, senza tacere le difficoltà incontrate, come a volte i pregiudizi e gli ostacoli hanno reso il loro cammino non facile, ma delle persone si sono fatte prossime e hanno saputo aiutarle e ora erano qui a testimoniarci che ce l’avevano fatta.
Questo incontro ci ha interpellato, le loro sono due storie di tante vite strappate dalla loro terra per una violenza che imperversa e a noi è chiesto di accogliere il loro grido, che è il grido di aiuto di un’umanità che in molti luoghi del mondo soffre . Nelle nostre vite possiamo imparare a farci prossimi, rimuovendo quei muri che sono interiori, l’essere disarmati per imparare ad accogliere chi ci chiede e ci chiederà aiuto: chi con la voce, chi con lo sguardo, chi con il silenzio.

Fabio Bonino

La Speranza nasce da una Novità

Molti di voi sicuramente avranno letto, almeno una volta nella vita, il celebre romanzo di Alessandro Manzoni: I promessi sposi!
Noi seminaristi abbiamo avuto l’opportunità di rileggerli, mercoledì 19 febbraio in seminario, insieme ad un mio caro amico, Paolo, insegnante di lettere in una scuola media di Torino, approfondendo il tema del Giubileo della Speranza.
Grazie alla sua passione per questo libro e per la sua capacità di lettura, ci siamo immersi in tre episodi significativi del romanzo manzoniano.

La domanda che ci ha guidato è stata:” Da dove nasce la Speranza?”

Il primo testo letto è stato lo scambio che Fra Cristoforo ha con il vecchio servitore di don Rodrigo. (Capitolo VI) Dopo un dialogo fervoroso e inconcludente con il signorotto, il frate, prima di uscire dal palazzo, viene chiamato in un cantuccio buio da un suo servo. Egli gli bisbiglia che deve assolutamente passare da lui l’indomani, perché ha delle notizie importanti da rivelare riguardo a don Rodrigo. Fra Cristoforo, uscendo dal palazzo, ritrova la Speranza in questo “filo” che la Provvidenza gli ha teso per continuare a tessere la trama della storia che gli è affidata.

Gli altri due episodi capitano nella stessa notte.
Renzo sta fuggendo da Milano ed è stanco e sfinito dal cammino. Quando, ad un certo punto, sente lo scroscio dell’Adda e si rasserena: ricorda l’inizio del suo viaggio, al lago di Como; il volto di Lucia; la barba di Fra Cristoforo. La memoria del bello che ha vissuto e che lo aspetta riaccende la Speranza che un giorno sarà felice e non dovrà più vivere da vagabondo.

Nella medesima notte l’Innominato, che aveva rapito Lucia, non riesce a prendere sonno perché turbato da molti pensieri. Passa in rassegna tutto il male che ha compiuto nella vita e si pone la domanda sulla vita eterna: “Esisterà?”. Il volto piangente di Lucia lo fa tremare e lo fa sentire in colpa per il male commesso al punto che tenta di uccidersi puntandosi la pistola alla nuca. Ma una frase misteriosa gli rimbomba nella testa: “Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia”.
Gliela aveva detta Lucia un attimo prima che uscisse dalla sua stanza la sera prima. L’Innominato riscopre la Speranza di una rinascita e al suono delle campane si sveglia da questi pensieri e si accorge che sta arrivando il cardinale Borromeo. Sente che lui può aiutarlo a ricominciare.

In questi tre testi Paolo, leggendo in modo mirabile Manzoni, ci ha mostrato come la Speranza nasce da una Novità che non ci è del tutto sconosciuta: un incontro per Fra Cristoforo, un ricordo per Renzo e per l’Innominato. È una novità che ha il sapore del Mistero. È una Speranza che permette ad ogni personaggio di riscoprire se stesso alla luce di Dio, Padre amoroso e provvidente.

Luca