L’incontro che apre alla fede

Il tema che guida il percorso formativo di quest’anno in seminario è quello dettato dal vescovo nella lettera pastorale: la trasmissione della fede. Nell’andare a fondo, interrogarsi e lavorare su questo tema un ruolo essenziale è ricoperto dagli incontri di carattere culturale, agiografico o di attualità tenuti da ospiti esterni. Tra questi uno dei più interessanti è stata la coraggiosa guida all’ascolto guidata da Chiara Bertoglio (concertista e docente di pianoforte, musicologa e teologa) che invece di mirare esplicitamente al tema ha proposto un incontro con le travagliate vicende esistenziali di due giganti, anzi di due geni dell’umanità, Beethoven e Schubert.

La sorpresa iniziale è stata proprio quella di vedere svelarsi nota per nota, mostrandosi integralmente e senza illusioni a noi ascoltatori dell’ultima ora, le domande profonde che abitavano il cuore di questi grandi compositori. Dall’immagine di un Dio più padrone che Padre espresso dall’oratorio “Cristo sul Monte degli Ulivi”, allo smarrimento legato all’inesorabile ripetitività della vita paragonato da Schubert al suono della ghironda, fino alla profonda paura e impotenza umana di fronte alla morte che in modo agghiacciante strappa noi, o i nostri cari, ed è immaginata come I’Erlkönig: il re degli elfi.

Non è attualmente possibile raggiungere le vostre orecchie, ma si può a testimonianza di ciò riprendere un passaggio del testamento scritto da Beethoven: “Ma quale umiliazione ho provato quando qualcuno, vicino a me, udiva il suono di un flauto in lontananza e io non udivo niente, o udiva il canto di un pastore e ancora io nulla udivo”. Quellochesimostravaanoi eraunuomo,ma un uomo che pareva proprio essere sé stesso, sapendosi guardare dentro, conoscersi e soprattutto sapersi raccontare.

Ma alla sorpresa iniziale ne è sopraggiunta successivamente una ancora più grande. In quelle note non solo è stato possibile scorgere il genio umano, ma sentire meglio espresse le proprie domande, malinconie e paure che in qualsiasi altro possibile tentativo personale. Raccontando di sé mediante queste meravigliose opere in realtà si sta descrivendo ogni uomo. E io scopro me stesso grazie a quell’opera che mi raggiunge e descrive meglio di come avrei fatto io stesso.

Si finisce così spiazzati dalle sterminate domande che sorgono a fronte di attese risposte non sopraggiunte. Ma quando il tema è la trasmissione della fede, quale credibilità si ottiene se non si è prima toccato, anzi se non si è entrati nell’abisso, nella bufera di incertezza e solitudine che esistono nell’intimo di ogni uomo, e da là sotto elevato un accorato grido che tutto questo non sia l’ultima parola? Proprio a questo risponde la fede, e quindi proprio da qui è necessario partire.

Per quanto sia decisamente più impegnativo non si può che sentire un senso di profonda gratitudine per chi, ponendoti con le spalle al muro, obbliga a una lealtà che accende la domanda, apre a un cammino e fa gustare in modo tutto nuovo ciò che veramente risponde.

Andrea Giai Merlera

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