Instancabili, miti, perseveranti.

Quando il 22 ottobre, io e i miei tre compagni, Fabio, Francesco e Luca, siamo stati ordinati diaconi, all’inizio della Messa abbiamo ascoltato una bella preghiera con cui si chiede che coloro che ricevono il ministero del diaconato siano “instancabili nell’azione”, “miti nel servizio della comunità”, “perseveranti nella preghiera”. Sono parole che mi hanno colpito profondamente e che penso possano riassumere bene il ministero di un diacono. Sono parole che richiedono di diventare sempre più vita vissuta e in quest’ultimo mese ho iniziato ad assaporarne il gusto.

Essere instancabile non significa non essere mai stanco, ma è l’atteggiamento di chi è disponibile a mettersi in gioco nei piccoli e grandi servizi che vengono chiesti con il desiderio di fare bene.

Mite è colui che vive il servizio con gioia, che prova a metterci il sorriso, nelle situazioni più disparate e con le persone più diverse.

Perseverante, in questo caso nella preghiera, è colui che ogni giorno prova ad affidare tutto al Signore, sapendo che quella preghiera, invece di essere un “dovere”, è nutrimento per la propria vita e per il mondo.

Come fare tutto questo? Direi impossibile!

Sì, perché se penso di farcela soltanto con le mie povere forze, fallisco. Per me infatti, è importante ricordare ogni giorno che il ministero del diaconato è innanzitutto un dono, qualcosa che ho ricevuto. Un dono non lo si riceve per qualche merito particolare, ma perché qualcuno desidera riempirti la vita gratuitamente, così come sei, con tutti i pregi e nonostante i limiti, in definitiva perché ti ama. 

Allora tutto questo mette pace perché so che non dipende totalmente da me, ma da Dio; ciò che spetta a me è rendermi disponibile a Lui. Prima di essere ordinati diaconi, infatti, abbiamo messo le nostre mani in quelle del vescovo, in segno di abbandono e di disponibilità.

In questo primo periodo un aiuto grande è quello della comunità. Noi diaconi siamo ancora parte della comunità del Seminario, in cui siamo cresciuti per diversi anni, ma allo stesso tempo ci immergiamo sempre di più nelle comunità parrocchiali in cui prestiamo il nostro servizio. È fondamentale accorgersi di questo accompagnamento fedele che ci ricorda che non siamo da soli, ma che viviamo tutto nella Chiesa.

Allora essere “instancabili, miti e perseveranti” acquista ancora più senso, perché significa non tenere nulla per sé, ma ridonare tutto a Dio e ai fratelli.

-Stefano B.

REMEBER ME – GMG DIOCESANA

In attesa della Giornata Mondiale dei Giovani 2023 di Lisbona,
sabato 19 novembre abbiamo vissuto la GMG diocesana nel chiostro della Facoltà Teologica: una bella occasione per incontrarsi tra giovani, ritrovare amici, compagni di viaggio dalle GMG passate e trasmettere ai più giovani il fatto che certe emozioni sono ancora molto vive, anche se sono passati alcuni anni.

Al termine della serata conviviale, arriviamo però al centro “nevralgico” della GMG: la preghiera in Cattedrale guidata dal nostro Arcivescovo Roberto. Lui ci ha portato a riflettere sul brano del ladrone buono, sulla sua richiesta a Gesù, dando il focus a Gesù, pupilla dell’occhio del Padre, cioè occhio attraverso cui Dio Padre guarda agli uomini, a noi, a me.


Gesù ci guarda con uno sguardo di amore che riesce a perdonare ciò che noi troviamo imperdonabile e inammissibile, con uno sguardo che accoglie anche ciò che noi troviamo inaccettabile; proprio quel Gesù crocifisso, che ci rivela tutto l’amore di cui è capace Dio per gli uomini, anche per i più lontani da Lui.

Spesso capita di pensare che per essere apprezzati e amati non dobbiamo far vedere i nostri limiti, i nostri difetti, il fatto che non siamo così bravi come gli altri immaginano o che per essere apprezzati e amati dobbiamo fare in modo che non emergano quelle parti che ci spaventano di più.

E così finiamo per indossare maschere davanti a chi ci vuole bene, a chi ci circonda, a chi frequentiamo anche tra gli amici… 

Il pegno da pagare per poter sentire un po’ di apprezzamento e un po’ di amore, è quello di una certa menzogna, che consiste spesso nel non fare vedere agli altri quella parte di noi che ci sembra meno amabile.

Ma abbiamo potuto riconoscere grazie al nostro Arcivescovo che ci sentiremo davvero apprezzati e amati solo quando avremo la possibilità di presentarci senza maschere, per quello che davvero siamo, senza avere più paura di noi stessi. Finché non ci troveremo davanti a qualcuno che ci può dire «Ti voglio bene» o «Ti amo», conoscendo anche la parte tenebrosa di noi, anche quegli aspetti che vorremmo tenere nascosti, quelle parti che noi stessi facciamo fatica a vedere e amare di noi… non faremo mai l’esperienza autentica dell’ amore. 

Solo Cristo riesce a guardarci sempre, in ogni momento con un occhio acceso d’Amore: amore per me e per ognuno di noi.

In attesa dell’incontro di Lisbona, questo può diventare uno spunto importante di riflessione per riconoscerci fragili e per questo speciali agli occhi di Dio e dei fratelli che ci circondano. E arrivare così un giorno a dire, come Olivier Clément, teologo ortodosso, al termine della sua vita: «Finalmente Olivier Clément non ha più paura di Olivier Clément»

Saverio

VITA DA VICEPARROCO

Questione di fedeltà

Con grande piacere e con una punta di imbarazzo ho accolto l’invito del Seminario a raccontare qualche cosa dei miei primi mesi da prete. Sono stato ordinato il 4 giugno scorso e da settembre ho iniziato il mio servizio da viceparroco nelle quattro parrocchie di Grugliasco.

Sono fermamente convinto che la fedeltà alla vocazione ricevuta chieda di essere continuamente motivata e custodita. Non esiste vocazione – qualunque essa sia -all’interno della Chiesa che si possa vivere in autonomia e senza l’aiuto di qualcosa che la custodisca e la alimenti. Il passaggio dalla vita da seminarista alla vita in parrocchia nelle vesti di sacerdote è una piccola rivoluzione copernicana. Se prima mi sentivo saldamente custodito dal ritmo accuratamente scandito del Seminario, dalla vita fraterna e dalla liturgia comunitaria, ora devo accettare di vivere le stesse cose secondo delle forme e dei tempi diversi. Una grande sfida per tutti i preti diocesani – e non solo per quelli di recente ordinazione – è quella di osservare una regola di vita per garantire tutto ciò che è essenziale al loro ministero.

Al momento avverto l’esigenza di trovare un equilibrio tra l’impegno pastorale, la preghiera e la formazione personale, senza trascurare mai di coltivare le relazioni personali. Da questo punto di vista sono stato molto aiutato dal ritrovarmi in comunità parrocchiali molto vive, che con molta gioia e pazienza mi stanno accogliendo.

In definitiva credo che la prima e insostituibile forma di custodia del mio ministero sia il ministero stesso, con tutto quello che esso prevede e comporta. La prima regola da osservare è quella della docilità; la docilità nel fidarsi della Chiesa e nel lasciarsi plasmare da tutto ciò che essa chiede ai presbiteri diocesani; nulla di più e nulla dimeno.

Sono convinto che la genuinità del nostro ministero sacerdotale si misuri sulla fedeltà, ma non sulla nostra. Sulla fedeltà di Colui che ci ha chiamati a seguirlo e servirlo nella sua Chiesa. Ben presto si fa esperienza che sarebbe misera cosa fondare tutto sulla nostra adeguatezza e sulle nostre sole forze. È la fedeltà di Cristo la pietra sulla quale vale la pena costruire. Ricordando sempre con fiducia le parole dell’apostolo Paolo: «Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2Tm 2,11-13).

don Giacomo Cisero

RITIRO DI INIZIO ANNO

Come tutta la Diocesi di Torino, anche il seminario, con l’arrivo di settembre ricomincia il suo cammino e lo fa con un momento di ritiro: dal 22 al 25 settembre in Valle d’Aosta, accolti nel priorato di Saint Pierre. Ma da dove ripartire? In un contesto come quello attuale, con una guerra alle porte dell’Europa, una crisi finanziaria sempre più incombente, tante incertezze e ancora l’ombra della pandemia che serpeggia nell’aria, dove ritrovare lo slancio e il coraggio per riprendere il cammino della vita e del discernimento vocazionale? Per rispondere a queste domande ci hanno aiutato le meditazioni del nostro Vescovo mons. Roberto Repole e del rettore della casa di spiritualità di Saint Pierre don Albino Linty-Blanchet. Il nostro Vescovo ci ha guidati attraverso la meditazione su tre tappe fondamentali del cammino di discepolato di Maria, ricordandoci che ciò che può veramente sostenere il nostro cammino è il far memoria dei momenti della nostra vita in cui il Signore si è fatto presente e vicino a noi. E così quanto più tratteniamo nel nostro cuore questi momenti, tanto più, come è successo a Maria che va in fretta a visitare Elisabetta, cresce in noi il desiderio di verificare quei segni di speranza che ognuno di noi ha intercettato nella propria storia personale. Il Vescovo Roberto ci ha indicato il cammino che porta alla maturazione della speranza, una speranza che può essere condivisa, anzi che chiede di essere sempre condivisa. Tale speranza può essere davvero la risposta ai tanti drammi di questo mondo. La beatitudine di Maria, sta nell’aver creduto. Quanto più in ognuno di noi crescerà la certezza della speranza portata nel mondo da Gesù, tanto più crescerà la nostra beatitudine e come ci ricorda anche papa Francesco, sapremmo essere “artigiani di pace”. Questo cammino, proprio perché umanissimo e perché è il cammino fatto da Gesù stesso, non è senza fatiche e senza croci. Il Vescovo ci ha indicato la fatica più grande: la non accoglienza dell’annuncio di speranza che la fede porta. Ci ha chiesto: “siete disponibili a stare difronte alla non accoglienza di Cristo?” cioè siete davvero in grado di amare l’altro per come è davvero, senza aver pretese, calcoli o tornaconti? Questa è la sfida più grande, ma allo stesso tempo la verifica del cammino di fede che stiamo facendo. Certo il rifiuto di Cristo è come una spada che trafigge l’anima, ma allo stesso tempo è l’occasione per renderci conto di ciò che ci rende davvero liberi. La sfida che ci ha lanciato mons. Repole è quella di “abitare il cuore del Padre”, cioè di crescere nel rapporto con Lui, lasciarci abbracciare dal Padre per poter a nostra volta abbracciare tutti quelli che incontreremo.

Altra grande perla preziosa è stata la meditazione di don Albino Linty-Blanchet: ci ha sfidati, attraverso il brano dell’incontro, nella casa di Betania, tra Gesù, Marta e Maria, a ripartire dall’ unica cosa necessaria, la Sua presenza. Don Albino ha utilizzato tre parole chiave per descrivere questa pagina di Vangelo: ospitalità, servizio e preghiera. Tre parole strettamente collegate tra di loro, ma che allo stesso tempo nascono dall’incontro con Gesù vivo e presente. Ci ha, inoltre, testimoniato che una vera possibilità di accoglienza, di servizio e di preghiera, non nascono come sforzo nostro di fare (anche Marta, infatti era piena di buoni propositi, ma si è ritrovata appesantita dalle molte cose da sbrigare, ed ha avuto bisogno del richiamo di Gesù per scoprire il gusto vero delle sue attività), bensì dal riconoscere Gesù presente nella nostra vita. Presenza che è sempre nuova, capace di illuminare tutti i “tempi” della nostra vita. Con Lui infatti si vive in una novità continua, non tanto per le cose che si faranno, ma per la scoperta sempre eccezionale che Lui è con noi. Da questa scoperta ha origine l’umiltà, cioè la consapevolezza che non siamo noi i padroni della nostra fede, ma che questa ci è donata, e soprattutto che è Lui e solo Lui che ci è necessario per vivere, per sperare e per amare davvero. Il cammino di fede che ci aspetta diventa entusiasmante proprio a partire da questa umiltà profonda: non più la nostra capacità di fare, ma il nostro bisogno di Lui e contemporaneamente il dono che proprio Lui ci fa della fede.

Ovviamente non sono mancati i momenti di convivialità e di più spensierata ri-creazione, tuttavia sono stati giorni intensi e molto sfidanti, soprattutto grazie alle meditazioni del nostro Vescovo Roberto e di don Albino. Ci hanno rimesso di fronte a noi stessi, e di fonte a Colui che ci chiama incessantemente. Nel nostro “sì” a Lui sta la nostra santità, oltre che la nostra vocazione (don Albino).

Giovanni

UNA TERRA PROMESSA LARGA UN TAPPETO

Generalmente ogni seminarista guarda al giorno della sua ordinazione presbiterale futura come a una terra promessa che lo attende; essa ha i contorni di quel tappeto sopra il quale si prostrerà durante il rito di ordinazione. Questo rappresenta effettivamente la meta e il termine di un lungo cammino di preparazione, discernimento e formazione. Salvo poi realizzare che in realtà quel tappeto è il punto di partenza di qualcos’altro e che quindi sarebbe meglio paragonabile a un tappetino elastico che ti proietta in avanti nel ministero futuro.

In ogni caso ti aspetti che tutta la cattedrale il giorno dell’ordinazione si regga in piedi appoggiata unicamente sopra quel paio di metri quadrati di tessuto.

Così in parte mi immaginavo sarebbe stato il giorno della mia ordinazione presbiterale che ha avuto luogo sabato scorso, presieduta dall’arcivescovo mons. Roberto Repole. Con me gli altri ordinandi don Federico, don Mauro e don Samuele.

La liturgia del rito di ordinazione supera qualsiasi aspettativa e riesce ad esprimere meglio di qualsiasi altra parola quale sia la vera sostanza del ministero ordinato e come certe precomprensioni si sgretolino di fronte alla realtà che si celebra.

Realizzi così che quel tappeto non è né una terra promessa, né un trampolino di lancio e che in realtà non vale nulla e meno ancora valgono quelli che ci sono distesi sopra.

Scopri che in quel giorno tutta la cattedrale è in realtà appoggiata sul silenzio, che nella liturgia esprime la potenza dello Spirito che agisce. Nel silenzio infatti si consuma quel gesto chiave dell’imposizione delle mani del vescovo seguito dagli altri sacerdoti del presbiterio. Le tue parole non contano nulla; durante la prostrazione difficilmente trovi il fiato per rispondere con la voce alle litanie che invocano l’assistenza celeste dei santi. Addirittura, in quel momento, il tuo stesso volto è nascosto, rivolto contro il suolo. Il silenzio, l’ascolto, la prostrazione ti ricordano che il protagonista di quel giorno è e rimane il Signore Gesù, Risorto e vivo. Lo stesso nel cui nome possiamo dirci cristiani e lo stesso che ci ha scelti tra gli uomini per seguirlo, chiamandoci per nome nella carne della nostra storia. Il paradigma del nostro futuro ministero, come ha suggerito l’arcivescovo nella sua omelia, è quello di Pietro, un poveraccio nelle cui mani il Risorto ha deciso di consegnarsi nonostante i suoi trascorsi tormentati e, a tratti, drammatici. Nella consapevolezza che si diventa pastori col cuore di Cristo solamente a condizione di non dimenticarsi mai di essere anzitutto discepoli mendicanti di misericordia che camminano dietro il Maestro.

don Giacomo C.

UN MINISTERO PER RICORDARE IL MIRACOLO DELLA PAROLA DI DIO

Riportiamo l’articolo di Stefano A. pubblicato sulla Gazzetta d’Asti in occasione del lettorato ricevuto il 6 maggio 2022.

Nessuno è escluso dall’invito insistente della Chiesa: frequentare la Scrittura, lasciarsi raggiungere dalla conversazione che Dio intrattiene con l’uomo da sempre, per scoprirsi intimamente conosciuti da quella Parola che, rivelando l’amore di Dio, svela l’uomo a se stesso. Sono convinto che il più grande miracolo di questa Parola sia anche il più semplice da verificare, senza necessariamente gli strumenti dell’esegesi e della teologia: è la perenne attualità di questa viva voce, perché vivente è un presente.

Verificare questo miracolo nella propria vita equivale a ritrovare la propria storia raccontata nella storia della salvezza di tutta l’umanità: è attuale oggi, per me, per la chiesa – per questa chiesa di Asti come per quella dall’altra parte del mondo – è attuale una Parola che Dio ha ispirato al cuore di alcuni uomini in uno spazio e in un tempo precisi, scelti tra i più marginali e i meno notevoli della storia umana. Radunati in popolo non nobile e spesso oppresso, alcuni tra questi aramei erranti sono stati coinvolti in una particolare esperienza con Dio: essi diventarono testimoni di una relazione via via più consapevole, un’alleanza sproporzionata e immeritata per la loro debolezza, capirono di essere raggiunti da un amore che li guidava a libertà. Così la Bibbia non è che l’intreccio di queste testimonianze: la scoperta di un Padre che cerca instancabile l’uomo e la voce di chi tenta una risposta; la fedeltà dell’amore di Dio, come tema della melodia che progressivamente si rivela fino a darsi tutto in Gesù, e le variazioni armoniche dei più profondi sentimenti umani di ricerca, di gioia, di pianto. Ecco, tornando a quanto detto inizialmente, il più grande miracolo sarebbe la normalità: scoprirsi, cioè, parte di questa storia e riconoscere la portata eccezionale di quella Parola che mi raggiunge.

Il miracolo della Parola, nella mia vita, è stato proprio accorgermi della concretezza di quell’amore per me. Davanti al mio bisogno di senso, davanti alla necessità del mio cuore di essere voluto bene, sono stato toccato dall’eccezionalità di un incontro. Perché è eccezionale ciò che in realtà è naturale, connaturale alla domanda con cui il mio cuore è fatto, ed è eccezionale perché intorno a me non sono mai riuscito a trovare qualcuno che corrispondesse in questo modo, che mi chiamasse per nome come questa Parola ha fatto, che mi amasse completamente come accaduto in questo incontro. È un incontro, infatti, quello avvenuto tra la fine delle medie e l’inizio del liceo, grazie alla parola di un altro testimone, il mio parroco. È l’incontro con colui che è vivo in quella parola, Gesù, che tutta la rivelazione porta a conoscere: il vero volto dell’amore di Dio, la parola definitiva di alleanza che Dio manda all’uomo. Perché la Parola si è fatta carne!

Dunque, l’invito della Chiesa a frequentare le Scritture, a entrare nella chiacchierata con Dio, ha per effetto quello di essere lentamente educati da questa relazione, assumendo con la fedeltà a questa amicizia il punto di vista dell’amico: stare sulla Bibbia ci educa ad avere lo stesso sguardo d’amore che Dio ha sul mondo, sulla vita, sull’altro, fino a dire con Paolo: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me!». Questa, del resto, è proprio la meta della tua, della mia e di ogni vocazione: l’unione nell’amore di Dio, la comunione nel suo abbraccio, la santità.

Il ministero del lettorato che riceveremo il prossimo 6 maggio è quindi una responsabilità che mi viene affidata dalla Chiesa di fare memoria, anzitutto per me e poi per chi il Signore donerà al mio cammino, della perenne attualità di un incontro. Il lettorato cioè mi richiama a riconoscere nella Bibbia la Parola di Dio all’umanità, e nell’ascolto il luogo vivo di quell’incontro che plasma il cuore. In questa dinamica, l’appartenenza alla comunità credente della Chiesa rappresenta ancora una volta l’occasione di un’oggettività, attraverso la catena ininterrotta di testimoni che hanno vissuto questo incontro: una successione di uomini e donne che, dal sepolcro vuoto, corre presto in tutto il mondo sui piedi degli apostoli, fino ad arrivare a qualcuno che lo raccontò a tua madre, che lo raccontò a te.

I due ministeri del lettorato e dell’accolitato, previsti nel cammino del seminario, sono allora due responsabilità, due opportunità di servire alla possibilità dell’incontro con Cristo vivo che fa i nostri cuori più simili al suo e ci chiama all’unica e meravigliosa vocazione di figli. Sono aiutato nella presa di coscienza di questo servizio ogni volta che passo del tempo a catechismo con i cresimandi di Costigliole: davanti a loro sono continuamente provocato a verificare e a testimoniare, e per loro sono contento di poter chiedere l’aiuto dello Spirito che tra circa un mese confermerà in loro i suoi doni nel sacramento.

Stefano A.

VIVERE X DONO

Dal 27 al 30 aprile si è svolto il 65° convegno nazionale missionario per i seminaristi nella bellissima città di Bergamo. Il convegno ha visto la partecipazione di 130 giovani rappresentanti dei seminari di tutta Italia. Per l’Arcidiocesi di Torino abbiamo partecipato io e Luca Romagnolli in quanto membri del GAMIS (Gruppo Animazione Missionaria Seminaristi), un gruppo interno al seminario che ha come scopo quello di sensibilizzare al tema della missione. Siamo stati accolti in modo caloroso dai nostri compagni del seminario di Bergamo. È stato molto bello condividere con i seminaristi di tutta Italia le nostre esperienze di formazione.

Il convegno ha avuto come titolo: “Vocazione: vivere per dono”. In un tempo di grandi cambiamenti della Chiesa, è stato importante riflettere insieme circa la necessità di riconoscerci dono per gli altri nella nostra vita. Abbiamo riconosciuto un rischio di chi si forma nei seminari: concentrare tutte le nostre energie nello studio e nella formazione intellettuale, tralasciando altre cose importanti! Lo studio è importante, è necessario, e lo dobbiamo curare in questi anni preziosi di formazione, al fine di trasmettere il patrimonio di verità che la Chiesa ci trasmette. Non bisogna però commettere l’errore di pensare che sia tutto lì. C’è un qualcosa di maggiore: l’amore, la carità, la vita donata. Spesso noi seminaristi ci perdiamo in grandi ansie circa lo studio e i grandi esami da dare. Forse, però, perdiamo di vista l’obiettivo finale: il dono della nostra vita. Questo convegno ci ha permesso di reimpostare il nostro “navigatore interiore” verso cosa conta davvero nella nostra vita. Tutto passa, solo l’amore resta! Saremo giudicati infatti non sui titoli che avremo accumulato nella nostra vita, ma su quanto avremo amato!

In questo convegno abbiamo avuto testimonianze ricche e profonde di vescovi e sacerdoti missionari. Sono intervenuti, tra i tanti, il vescovo di Bergamo Mons. Francesco Beschi, e il vescovo di Asti Mons. Marco Prastaro. Le serate sono state vissute insieme tra giochi e uscite nella “città alta”, con la possibilità di condividere i percorsi fatti.

Sono stati moltissimi gli spunti che abbiamo ricevuto. In particolare, mi ha colpito l’invito di Mons. Prastaro a non avere paura ad essere sacerdoti fidei donum (si chiamano così i sacerdoti diocesani che scelgono di vivere una esperienza di missione). Il vescovo di Asti – condividendo la sua esperienza di missione in Africa – ci ha detto che non bisogna “chiudersi” al dono; anche se sono pochi i sacerdoti diocesani, ci ha invitato a lanciarci in esperienze di missione.

“Ed è per me un’esigenza d’amore il donarmi… ”, recita la famosa preghiera di Charles di Foucauld. L’augurio è quello di custodire nel cuore questa esigenza di dono, al fine di vivere la nostra vocazione in modo pieno. In attesa del prossimo appuntamento (che sarà a Napoli) ci auguriamo che si possano consolidare i legami creati per costruire già oggi la Chiesa di domani.

Tommaso G.

DON NINO SALIETTI, IL PRETE DELLA GIOIA

Desiderando mantenere vivo il ricordo di don Nino tra noi, riportiamo quanto scrisse nell’annale del seminario del 2007 in occasione dei suoi cinquant’anni di sacerdozio. 

Cinquant’anni di Messa

La vita sacerdotale di don Giovanni Salietti è stata dedicata in larghissima parte all’educazione. Come viceparroco, insegnante di religione, incaricato di seguire l’Azione Cattolica Ragazzi. Volti e vite ricordando i quali don Giovanni si chiede: «Sono decine di migliaia. Li avrò educati? Avrò lasciato qualcosa nel loro cuore? Li avrò aiutati a conoscere il Dio di Gesù Cristo? O li avrò traditi, trascurati, accostati solo in superficie, scandalizzati?». Ma poi ricorda che la linfa vitale della vita del prete è la preghiera, in particolare la “Liturgia delle ore” e la testimonianza della gioia pasquale: «Un credente che sprizza letizia e riconoscenza non può non essere testimone del Dio-Amore. Mi piacerebbe essere ricordato, proprio per questo, come il prete della gioia».

La scelta e le cause 

Ero in prima media, 62 anni fa. Il vecchio prete festeggiava il giubileo sacerdotale. Non ricordo i contenuti teologici della sua predica, ma conservo nel cuore l’emozione curiosa suscitata dall’elenco, preciso e puntuale, delle molte migliaia di Messe che aveva celebrato nella sua lunga vita. Impressionante per il ragazzino di allora. Ed ora tocca a me. Sarò… impressionante per qualcuno?! È una domanda che ne suscita altre. Perché sono prete? Perché lo sono da cinquant’anni? E quale prete sono? E perché?

Andiamo per ordine.

Mi sono sempre chiesto a che cosa lo debba la mia vocazione al presbiterato. La prima risposta è chiaramente legata alla volontà di Dio: un misterioso disegno del Padre che mi ha voluto suo figlio così. Se poi vado alle cause seconde, il disegno sembra ingarbugliarsi, ma non troppo, in tanti tratti di forma e colore diversi. Eccone un elenco, certamente incompleto.

Se non fosse esplosa la seconda guerra mondiale e i bombardieri inglesi non si fossero divertiti a modificare le planimetrie della città di Torino io non sarei sfollato sul lago Maggiore, non avrei conosciuto don Gaspare (è il decano dei preti novaresi, centenario quest’anno), non avrei recepito la sua domanda («Nino, non ti piacerebbe farti prete come me?»), non sarei entrato in Seminario. Prima causa, dunque, la guerra.

La seconda, al dire di mio padre Guglielmo, furono i Rosari di nonna Nina, di cui porto il nome, morta sette anni prima che io nascessi. Quando infatti chiesi a papà il permesso di farmi prete, egli guardò mamma e disse: «Sono i Rosari della nonna». Rosari, detto tra noi, che mi hanno anche regalato lo splendido papà Guglielmo, abile decoratore e credente senza fronzoli. E che gli hanno fatto scegliere, tra le tante ragazze del paese, la migliore, mamma Elisabetta, tuttora vivente!

Terza causa, gli educatori dei Seminari che mi hanno formato. Uso il plurale, perché sono stato aiutato a crescere in cinque comunità e dunque da cinque équipes di formatori. Tra questi ne voglio ricordare alcuni che, a mio parere, hanno lasciato il segno.

Monsignor Eugenio Lupo, Rettore della mia adolescenza, e don Giovanni Vandoni, professore e amico dei miei anni verdi, soni i preti più significativi della mia permanenza in quel della Diocesi di Novara. Non sono diventati Vescovi, anzi uno di loro – il più intelligente – è stato vittima dell’invidia crudele di certi ambienti clericali, mentre l’altro è vissuto a lungo ed era per molti preti come un padre. Li ricordo per la carica di fiducia e di amicizia, che emanavano e per il loro linguaggio semplice e profondo che parlava al cuore di ciascuno. Avevano un progetto educativo? Non lo so, ma penso di sì, se riaffiorano a tanti anni di distanza episodi che suscitano ancora fresca riconoscenza.

Altri due educatori a cui devo il mio essere prete li raccolgo dalla permanenza nel Seminario di Rivoli. Sono don Gabriele Cossai e monsignor Giuseppe Pautasso. Non dirò molto di loro, perché molti li hanno conosciuti. A don Cossai ho aperto, finalmente, fino in fondo i miei segreti di adolescente, le paure, i sogni, le fatiche, i dubbi. Gli anni del liceo sono stati per me, grazie a lui, il tempo della seconda nascita, antica definizione dell’età evolutiva. Un sacerdote amico, attento alle persone, capace di cogliere i segreti delle relazioni tra adolescenti, consigliere semplice e profondo del nostro modo di stare con Dio e di aprirci al futuro, fedele al dialogo orale e scritto sul quaderno spirituale (che conservo e sul quale, di tanto in tanto vado a rileggere i suoi brevi commenti e suggerimenti). Di don Pautasso voglio soprattutto ricordare la parte e concreta attenzione agli aspetti umani del mio crescere. Non posso dimenticare il suo tentativo, profetico per quei tempi, di farmi colloquiare che, dopo poche battute, mi rispedì al mittente. Ma la sua premurosa attenzione si manifestò in pienezza in occasione della morte di mio padre, avvenuta quando frequentavo la seconda teologia. Il rettore mi invitava sovente ad andare in famiglia per essere accanto a mamma e sorelle e mi metteva sistematicamente in tasca un consistente malloppo per alleviare i problemi della nostra miseria. Erano i tempi nei quali avevo deciso di rientrare a casa, di cercarmi un lavoro e di diventare in qualche modo il capo famiglia. Non ebbi bisogno, grazie a lui, di attuare tale proposito.

Così, grazie a queste cause seconde e a tante altre che non conosco, o non voglio dire ma metto con riconoscenza davanti a Dio, divenni prete.

La vita del prete

Cinquant’anni da prete. Non è semplice descrivere il come. Facile invece è la sequenza delle date e dei tempi. Due anni da convittore al Santuario della Consolata, arricchiti dal servizio domenicale nella nascente parrocchia del Santissimo Nome di Maria in Torino, nella comunità di San Carlo Canavese e successivamente in quella di Leinì. Un anno come viceparroco in quest’ultima. Quattro anni di vicecura a San Gioachino, nei quartieri… residenziali di Porta Palazzo abitati in quel periodo dai giovani del Sud convocati a tamburo battente dalla Fiat. Centinaia e centinaia di ragazzi nel minuscolo cortile dell’oratorio. Nove anni nella Real Chiesa di San Lorenzo. Sedici anni in A.C.R., con estati piene di preadolescenti alla Casalpina di Mompellato e alla Colonia Frassati di San Pietro Vallemina e poi di Cesana Torinese. Ventidue anni dedicati all’insegnamento della religione in tre scuole medie e in quattro scuole superiori. Nove anni nel Seminario Maggiore come padre spirituale. Cinque anni Rettore del Seminario liceale. Da quindici anni padre spirituale nel Seminario Minore e direttore del Centro Diocesano vocazione. Da trenta animatore della Città sul Monte. Una caterva di anni, di incombenze, di luoghi. Ma soprattutto una lunga fila di ragazzi e di giovani che fanno parte della mia vita, anche se di molti non conservo neppure il ricordo. Sono decine di migliaia. Li avrò educati? Avrò lasciato qualcosa nel loro cuore? Li avrò aiutati a conoscere il Dio di Gesù Cristo? O li avrò traditi, trascurati, accostati solo in superficie, scandalizzati?

Uno stile di vita sacerdotale

Quest’ultima domanda apre il discorso del “come” sono vissuto da prete e su quanto abbia saputo vivere un serio cammino di fede e di preghiera, il dono di una sana affettività e l’esercizio della carità pastorale.

Ringrazio la saggia maternità della Chiesa che propone ai suoi preti la Liturgia delle ore e la celebrazione quotidiana dell’Eucaristia. Ho sempre cercato di esservi fedele, anche se vi fu, nel periodo della contestazione sessantottina, qualche periodo di vuoto. (“Pregare o agire?” era la domanda di allora, alla quale rispose il Vescovo padre Pellegrino, con una magistrale Lettera Pastorale). Ritagliare ogni giorno uno spazio di intimità con il Signore ricarica le batterie dell’anima e dà senso a quello che sei e che fai. Se poi ti riesce di allungare il tiro, meglio ancora. Spero comunque di “conservare la fede” fino alla fine, come è successo a San Paolo!

Fu meno efficace, a mio parere, l’educazione affettiva ricevuta in Seminario. Me ne accorsi soprattutto in un periodo difficile della mia esistenza, quando vivevo da solo ed esercitavo da tempo il mio ministero in un ambiente freddo e ostile. Non difficile, in questi casi, attaccarsi a tronchi che scorrono nel fiume in piena accanto a te, o cercare appigli sbagliati ed inutili. Mi salvò la sapiente intuizione di un grande Vescovo che, mentre vivevo quella mia situazione che egli poteva conoscere solo in parte, mi spedì a fare ciò che pensavo di non essere assolutamente in grado di svolgere: il padre spirituale in Seminario. (Del resto, nessuno dei miei compagni di corso lo avrebbe, neppure lontanamente, immaginato!). Devo riconoscenza grande a quel Vescovo, amico genuino e padre dei suoi preti, e tengo nel breviario, tra le cose più care, l’ultima sua risposta agli auguri di buon compleanno dell’ottobre 1997.

Quanto alla carità pastorale, vorrei esserne un buon alfiere, ma non è cosa semplice vivere, come pastori, l’amore gratuito di Dio. So, più o meno, come si cerca di esprimerlo a contatto diretto con le persone. Non so come lo si possa manifestare organizzando le strutture di una comunità locale, perché nella mia lunga vita non mi è mai stato chiesto di fare il parroco. (Quando i ragazzi – e talvolta anche gli adulti – mi chiamano “parroco” anziché “prete” mi interrogo dove stia la differenza: ritengo che chiarirla potrebbe aiutare tutti, noi compresi, ad apprezzare di più la nostra presenza nella Chiesa, a farla fiorire e fruttificare, ed a sollecitare e coltivare con fedeltà ed entusiasmo le vocazioni al presbiterato). Ricordo comunque il suggerimento di un giovane sacerdote – come è bello il dialogo fraterno tra preti di età diverse! – che mi confidava: «C’è una strada per avvicinarsi progressivamente al modello divino dell’amore: quella dell’esercizio della riconoscenza». Aveva ragione davvero quell’amico ancora fresco di Ordinazione. Un credente che sprizza letizia e riconoscenza non può non essere testimone del Dio-Amore. Mi piacerebbe essere ricordato, proprio per questo, come “il prete della gioia”, ma mi accorgo che il passare degli anni sembra invece usurare un poco la capacità del dono. Mi darò da fare, non è mai troppo tardi!

Bilanci

Ed ora è tempo di concludere, in tutti i sensi.

Non scriverò mai un testamento spirituale, non ne sono capace.

Posso però proclamare già fin d’ora la mia amicizia riconoscente nei confronti di tanti, piccoli e grandi, che fanno parte della mia vita: quelli che accompagnano benevolmente il mio invecchiare e quelli che mi aspettano allegri sull’altra riva.

E, poiché tutti i salmi finiscono in gloria, è sacrosanto cantare: “Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto”. Perché tutti rispondano: “Amen!”.

Don Giovanni Salietti

DON NINO SALIETTI, IL PRETE DELLA GIOIA

Desiderando mantenere vivo il ricordo di don Nino tra noi, riportiamo quanto scrisse nell’annale del seminario del 2007 in occasione dei suoi cinquant’anni di sacerdozio. 

Cinquant’anni di Messa

La vita sacerdotale di don Giovanni Salietti è stata dedicata in larghissima parte all’educazione. Come viceparroco, insegnante di religione, incaricato di seguire l’Azione Cattolica Ragazzi. Volti e vite ricordando i quali don Giovanni si chiede: «Sono decine di migliaia. Li avrò educati? Avrò lasciato qualcosa nel loro cuore? Li avrò aiutati a conoscere il Dio di Gesù Cristo? O li avrò traditi, trascurati, accostati solo in superficie, scandalizzati?». Ma poi ricorda che la linfa vitale della vita del prete è la preghiera, in particolare la “Liturgia delle ore” e la testimonianza della gioia pasquale: «Un credente che sprizza letizia e riconoscenza non può non essere testimone del Dio-Amore. Mi piacerebbe essere ricordato, proprio per questo, come il prete della gioia».

La scelta e le cause 

Ero in prima media, 62 anni fa. Il vecchio prete festeggiava il giubileo sacerdotale. Non ricordo i contenuti teologici della sua predica, ma conservo nel cuore l’emozione curiosa suscitata dall’elenco, preciso e puntuale, delle molte migliaia di Messe che aveva celebrato nella sua lunga vita. Impressionante per il ragazzino di allora. Ed ora tocca a me. Sarò… impressionante per qualcuno?! È una domanda che ne suscita altre. Perché sono prete? Perché lo sono da cinquant’anni? E quale prete sono? E perché?

Andiamo per ordine.

Mi sono sempre chiesto a che cosa lo debba la mia vocazione al presbiterato. La prima risposta è chiaramente legata alla volontà di Dio: un misterioso disegno del Padre che mi ha voluto suo figlio così. Se poi vado alle cause seconde, il disegno sembra ingarbugliarsi, ma non troppo, in tanti tratti di forma e colore diversi. Eccone un elenco, certamente incompleto.

Se non fosse esplosa la seconda guerra mondiale e i bombardieri inglesi non si fossero divertiti a modificare le planimetrie della città di Torino io non sarei sfollato sul lago Maggiore, non avrei conosciuto don Gaspare (è il decano dei preti novaresi, centenario quest’anno), non avrei recepito la sua domanda («Nino, non ti piacerebbe farti prete come me?»), non sarei entrato in Seminario. Prima causa, dunque, la guerra.

La seconda, al dire di mio padre Guglielmo, furono i Rosari di nonna Nina, di cui porto il nome, morta sette anni prima che io nascessi. Quando infatti chiesi a papà il permesso di farmi prete, egli guardò mamma e disse: «Sono i Rosari della nonna». Rosari, detto tra noi, che mi hanno anche regalato lo splendido papà Guglielmo, abile decoratore e credente senza fronzoli. E che gli hanno fatto scegliere, tra le tante ragazze del paese, la migliore, mamma Elisabetta, tuttora vivente!

Terza causa, gli educatori dei Seminari che mi hanno formato. Uso il plurale, perché sono stato aiutato a crescere in cinque comunità e dunque da cinque équipes di formatori. Tra questi ne voglio ricordare alcuni che, a mio parere, hanno lasciato il segno.

Monsignor Eugenio Lupo, Rettore della mia adolescenza, e don Giovanni Vandoni, professore e amico dei miei anni verdi, soni i preti più significativi della mia permanenza in quel della Diocesi di Novara. Non sono diventati Vescovi, anzi uno di loro – il più intelligente – è stato vittima dell’invidia crudele di certi ambienti clericali, mentre l’altro è vissuto a lungo ed era per molti preti come un padre. Li ricordo per la carica di fiducia e di amicizia, che emanavano e per il loro linguaggio semplice e profondo che parlava al cuore di ciascuno. Avevano un progetto educativo? Non lo so, ma penso di sì, se riaffiorano a tanti anni di distanza episodi che suscitano ancora fresca riconoscenza.

Altri due educatori a cui devo il mio essere prete li raccolgo dalla permanenza nel Seminario di Rivoli. Sono don Gabriele Cossai e monsignor Giuseppe Pautasso. Non dirò molto di loro, perché molti li hanno conosciuti. A don Cossai ho aperto, finalmente, fino in fondo i miei segreti di adolescente, le paure, i sogni, le fatiche, i dubbi. Gli anni del liceo sono stati per me, grazie a lui, il tempo della seconda nascita, antica definizione dell’età evolutiva. Un sacerdote amico, attento alle persone, capace di cogliere i segreti delle relazioni tra adolescenti, consigliere semplice e profondo del nostro modo di stare con Dio e di aprirci al futuro, fedele al dialogo orale e scritto sul quaderno spirituale (che conservo e sul quale, di tanto in tanto vado a rileggere i suoi brevi commenti e suggerimenti). Di don Pautasso voglio soprattutto ricordare la parte e concreta attenzione agli aspetti umani del mio crescere. Non posso dimenticare il suo tentativo, profetico per quei tempi, di farmi colloquiare che, dopo poche battute, mi rispedì al mittente. Ma la sua premurosa attenzione si manifestò in pienezza in occasione della morte di mio padre, avvenuta quando frequentavo la seconda teologia. Il rettore mi invitava sovente ad andare in famiglia per essere accanto a mamma e sorelle e mi metteva sistematicamente in tasca un consistente malloppo per alleviare i problemi della nostra miseria. Erano i tempi nei quali avevo deciso di rientrare a casa, di cercarmi un lavoro e di diventare in qualche modo il capo famiglia. Non ebbi bisogno, grazie a lui, di attuare tale proposito.

Così, grazie a queste cause seconde e a tante altre che non conosco, o non voglio dire ma metto con riconoscenza davanti a Dio, divenni prete.

La vita del prete

Cinquant’anni da prete. Non è semplice descrivere il come. Facile invece è la sequenza delle date e dei tempi. Due anni da convittore al Santuario della Consolata, arricchiti dal servizio domenicale nella nascente parrocchia del Santissimo Nome di Maria in Torino, nella comunità di San Carlo Canavese e successivamente in quella di Leinì. Un anno come viceparroco in quest’ultima. Quattro anni di vicecura a San Gioachino, nei quartieri… residenziali di Porta Palazzo abitati in quel periodo dai giovani del Sud convocati a tamburo battente dalla Fiat. Centinaia e centinaia di ragazzi nel minuscolo cortile dell’oratorio. Nove anni nella Real Chiesa di San Lorenzo. Sedici anni in A.C.R., con estati piene di preadolescenti alla Casalpina di Mompellato e alla Colonia Frassati di San Pietro Vallemina e poi di Cesana Torinese. Ventidue anni dedicati all’insegnamento della religione in tre scuole medie e in quattro scuole superiori. Nove anni nel Seminario Maggiore come padre spirituale. Cinque anni Rettore del Seminario liceale. Da quindici anni padre spirituale nel Seminario Minore e direttore del Centro Diocesano vocazione. Da trenta animatore della Città sul Monte. Una caterva di anni, di incombenze, di luoghi. Ma soprattutto una lunga fila di ragazzi e di giovani che fanno parte della mia vita, anche se di molti non conservo neppure il ricordo. Sono decine di migliaia. Li avrò educati? Avrò lasciato qualcosa nel loro cuore? Li avrò aiutati a conoscere il Dio di Gesù Cristo? O li avrò traditi, trascurati, accostati solo in superficie, scandalizzati?

Uno stile di vita sacerdotale

Quest’ultima domanda apre il discorso del “come” sono vissuto da prete e su quanto abbia saputo vivere un serio cammino di fede e di preghiera, il dono di una sana affettività e l’esercizio della carità pastorale.

Ringrazio la saggia maternità della Chiesa che propone ai suoi preti la Liturgia delle ore e la celebrazione quotidiana dell’Eucaristia. Ho sempre cercato di esservi fedele, anche se vi fu, nel periodo della contestazione sessantottina, qualche periodo di vuoto. (“Pregare o agire?” era la domanda di allora, alla quale rispose il Vescovo padre Pellegrino, con una magistrale Lettera Pastorale). Ritagliare ogni giorno uno spazio di intimità con il Signore ricarica le batterie dell’anima e dà senso a quello che sei e che fai. Se poi ti riesce di allungare il tiro, meglio ancora. Spero comunque di “conservare la fede” fino alla fine, come è successo a San Paolo!

Fu meno efficace, a mio parere, l’educazione affettiva ricevuta in Seminario. Me ne accorsi soprattutto in un periodo difficile della mia esistenza, quando vivevo da solo ed esercitavo da tempo il mio ministero in un ambiente freddo e ostile. Non difficile, in questi casi, attaccarsi a tronchi che scorrono nel fiume in piena accanto a te, o cercare appigli sbagliati ed inutili. Mi salvò la sapiente intuizione di un grande Vescovo che, mentre vivevo quella mia situazione che egli poteva conoscere solo in parte, mi spedì a fare ciò che pensavo di non essere assolutamente in grado di svolgere: il padre spirituale in Seminario. (Del resto, nessuno dei miei compagni di corso lo avrebbe, neppure lontanamente, immaginato!). Devo riconoscenza grande a quel Vescovo, amico genuino e padre dei suoi preti, e tengo nel breviario, tra le cose più care, l’ultima sua risposta agli auguri di buon compleanno dell’ottobre 1997.

Quanto alla carità pastorale, vorrei esserne un buon alfiere, ma non è cosa semplice vivere, come pastori, l’amore gratuito di Dio. So, più o meno, come si cerca di esprimerlo a contatto diretto con le persone. Non so come lo si possa manifestare organizzando le strutture di una comunità locale, perché nella mia lunga vita non mi è mai stato chiesto di fare il parroco. (Quando i ragazzi – e talvolta anche gli adulti – mi chiamano “parroco” anziché “prete” mi interrogo dove stia la differenza: ritengo che chiarirla potrebbe aiutare tutti, noi compresi, ad apprezzare di più la nostra presenza nella Chiesa, a farla fiorire e fruttificare, ed a sollecitare e coltivare con fedeltà ed entusiasmo le vocazioni al presbiterato). Ricordo comunque il suggerimento di un giovane sacerdote – come è bello il dialogo fraterno tra preti di età diverse! – che mi confidava: «C’è una strada per avvicinarsi progressivamente al modello divino dell’amore: quella dell’esercizio della riconoscenza». Aveva ragione davvero quell’amico ancora fresco di Ordinazione. Un credente che sprizza letizia e riconoscenza non può non essere testimone del Dio-Amore. Mi piacerebbe essere ricordato, proprio per questo, come “il prete della gioia”, ma mi accorgo che il passare degli anni sembra invece usurare un poco la capacità del dono. Mi darò da fare, non è mai troppo tardi!

Bilanci

Ed ora è tempo di concludere, in tutti i sensi.

Non scriverò mai un testamento spirituale, non ne sono capace.

Posso però proclamare già fin d’ora la mia amicizia riconoscente nei confronti di tanti, piccoli e grandi, che fanno parte della mia vita: quelli che accompagnano benevolmente il mio invecchiare e quelli che mi aspettano allegri sull’altra riva.

E, poiché tutti i salmi finiscono in gloria, è sacrosanto cantare: “Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto”. Perché tutti rispondano: “Amen!”.

Don Giovanni Salietti

SU QUALI BORDI STRAPPARE?

Lassù, tra le montagne, il ritiro con i giovani delle parrocchie Madonna della Divina Provvidenza e Santa Giovanna d’Arco è andato avanti seguendo le provocazioni nate dalla serie di Zerocalcare “Strappare lungo i bordi” e domandandoci che “bordi” da dare alla nostra vita.

I personaggi di Zerocalcare sono tutti intrappolati dentro un vortice di scontentezza e di resa davanti alla vita, perché ognuno si è programmato da sé i bordi della propria vita, li ha disegnati con le proprie convinzioni, su un progetto di vita personale, che segue le tappe di una esistenza ideale (studio, laurea, lavoro…). Ma cosa succede se invece di seguire i bordi sbagliamo a strappare? Zerocalcare dà due possibili strade: o ci mettiamo a strappare lungo i bordi con attenzione, oppure teniamo il foglietto con la nostra sagoma in mano per anni senza strappare per paura di fare danni; in entrambi i casi quel foglietto “se ciancica” cioè si stropiccia, si logora, si invecchia. Come se lo avessimo maltrattato. I personaggi di Zerocalcare sono in lotta con l’ideale. Non solo la loro vita va avanti senza seguire i trattini prefissati, ma ciascuno si riduce a una soluzione che in fondo non soddisfa. Non è nemmeno una soluzione di comodo. È a mala pena una sistemazione provvisoria. Perché in fondo il futuro è un grande punto interrogativo.

Ed è qui che si inserisce la prospettiva della fede. Si può seguire i bordi tratteggiati, e seguirli pure bene. Oppure si può andare a casaccio, e non riuscire a seguirli. Entrambe queste opzioni rivelano in definitiva lo sguardo autocentrato sulla propria vita. La sfida della fede invece permette di capire la propria vita come una vocazione. Vocazione: cioè chiamata. Una chiamata tanto reale, quanto la mia vita; una chiamata così grande che riesce però a manifestarsi dentro la mia piccola esistenza; una voce così altra, che si confonde con le voci delle persone che mi circondano. La vocazione altro non è che il coraggio di Dio che mi interpella, mi coinvolge, e non ha paura di inserire la sagoma del Figlio suo dentro la sagoma che io faccio di me. Perché la vocazione, così come la sagoma lungo i cui bordi strappare, non la trovo fuori di me, ma dentro di me. La vocazione, che talvolta sembra un successo per pochi fortunati, oppure un miraggio per i creduloni che si guadagnano un posto sicuro nel mondo, a ben guardare si rivela come la mia miglior felicità, la verità del mio essere, la soluzione della mia esistenza, la luce di ogni momento buio. È ciò che mi scalda il cuore e non mi lascia pace finché non mi decido ad afferrarla.

Ci siamo lasciati guidare alla soluzione dalla lettera “Christus vivit” di Papa Francesco, lettera scritta ai giovani al termine del Sinodo loro dedicato. “La cosa fondamentale è discernere e scoprire che ciò che vuole Gesù da ogni giovane è prima di tutto la sua amicizia. Questo è il discernimento fondamentale. Nel dialogo del Signore risorto con il suo amico Simon Pietro, la grande domanda era: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?» (Gv 21,16). In altre parole: mi vuoi come amico?” (n. 250). Il primo passo per scoprire la propria vocazione è accogliere l’amicizia di Gesù, solo così si può compiere il passo successivo, ovvero riconoscere qual è il piano del Signore per la propria vita. Continua il Papa: “per realizzare la propria vocazione è necessario sviluppare, far germogliare e coltivare tutto ciò che si è. Non si tratta di inventarsi, di creare sé stessi dal nulla, ma di scoprirsi alla luce di Dio e far fiorire il proprio essere. Nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione. La tua vocazione ti orienta a tirare fuori il meglio di te stesso per la gloria di Dio e per il bene degli altri. Non si tratta solo di fare delle cose, ma di farle con un significato, con un orientamento” (n. 257).

Samuele Moro


UNA VOCE CHE DÀ DEL TU A DIO

Come di consueto, la comunità del Seminario inaugura i tempi forti dell’anno con un momento di ritiro: occasione di silenzio, di ritorno e di nuova partenza. Il ritiro di cui vogliamo raccontare si apre, dunque, la sera di venerdì 4 marzo con le parole della preghiera di San Francesco d’Assisi Lodi di Dio Altissimo. Il testo non suona nuovo alle orecchie dei più; meno nota, invece, è la vicenda umana che precede la sua stesura da parte del poverello di Assisi. Proprio l’esperienza di Francesco, che incontriamo in alcuni suoi scritti, ci accompagna in questi giorni nella contemplazione dell’amore di Dio che raggiunge l’uomo, raggiunge la mia umanità, laddove con coraggio e umiltà riconosco la fragilità di cui sono fatto e la metto a disposizione di Lui. Fragilità è stata, infatti, la parola chiave scelta da fra Roberto Rossi Raccagni, provinciale dei cappuccini nel Nord-Ovest d’Italia e nostro “vicino di casa”, per guidare questo avvio di Quaresima. Si tratta dunque di scoprire come l’umiltà e la fragilità per Francesco sono diventate spazio di grazia.

In un passo del Testamento (1226), Francesco fa memoria di un incontro iniziale, lontano nel tempo, che ha segnato la più grande svolta della sua vita e sempre è rimasto paradigma vivo di ogni scelta. Si tratta di un incontro duplice, prima con i lebbrosi, poi con il crocifisso di san Damiano. Le biografie spesso si dilungano nel definire questo momento come l’origine della missione di Francesco, ma la missione non nasce da un impegno ricevuto: nasce, invece, dall’incontro con la misericordia, dall’essere guardato dalla misericordia. Questi due incontri smascherano una vita piena, ma insoddisfatta: di fronte a quella fragilità, Giovanni – il nome al secolo del figlio di Pietro di Bernardone – scappava. Paradossalmente, Francesco trova la vita nel momento in cui smette di cercarla egoisticamente, quando accetta di perderla. La fragilità rappresenta così la Via alla Verità e alla Vita: alla verità su chi è l’uomo e alla vita vera che è la misericordia di Dio che lo raggiunge.

L’esperienza della fragilità per Francesco continua nel travaglio di una vita vissuta nel desiderio di Dio, tra l’incomprensione degli stessi confratelli dell’Ordine, anche quando quel Dio sembra essersi allontanato, ritirato nel silenzio. In un momento particolarmente difficile, al tramonto della sua vita, Francesco riceve il dono delle stimmate, la consolante certezza della prossimità del Signore, ed esulta con le parole del cantico delle creature. Proprio allora, il richiamo di quell’antico incontro riporta Francesco a una semplicità iniziale che corrisponde alla libertà di spogliarsi ancora una volta di ogni cosa. Così Francesco racconta all’amico di sempre, frate Leone, in che cosa consista la perfetta letizia. In questa esperienza di una fragilità visitata e salvata dall’amore di Dio, anch’io posso accorgermi fino a che punto sono amato gratuitamente da Colui che ha voluto assumere la mia fragilità, per portarla in Dio. La croce, infatti, parla a noi con la stessa contemporaneità che ebbe per Francesco: ci rivela un Dio che ama la nostra fragilità.

Il ritiro continua con altri testi che mettono a fuoco la fragilità di Francesco nell’ambito delle relazioni umane, fino all’accoglienza dell’estrema fragilità che è la morte. Ci accorgiamo come riconoscere il nostro poco e la grandezza dell’amore di Dio che lo riempie è la via per una nuova moralità: se Cristo ha amato il mio limite, posso convertire il mio sguardo circa il limite del fratello. Nella misericordia che mi ha amato, ho la forza per accoglierlo, per non scandalizzarmi, cioè per non sentirlo estraneo. Ci auguriamo che questo tempo di Quaresima possa essere percorso – per la nostra comunità e per voi che ci accompagnate con la vostra amicizia – come autentico cammino di liberazione e di semplificazione, verso la perfetta letizia, verso la Verità della Vita.

Stefano A.